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martedì 10 giugno 2014

"Ad un passo da me" Tommaso Occhiogrosso (2010)





LA TRAMA:
Quante volte ci siamo sentiti ripetere la frase:
"Prima conosci te stesso,poi inizierai a conoscere gli altri".
In realtà,anche se siamo i nostri migliori amici,i nostri confidenti e siamo sempre in compagnia di noi stessi,
spesso ci ritroviamo a riflettere sul perchè delle nostri decisioni e delle nostre scelte.
Berto è un ragazzo come tanti altri,vive da solo nella sua condizione di single incallito e fatica a vivere la propria vita,si ritrova continuamente ad osservare gli altri e a pensare col loro cervello,ad immaginare situazioni e pensieri,e condividere con loro frammenti di esistenza.
Ma sarà un evento drammatico a cambiarlo:
a seguito di una brutta caduta.si troverà improvvisamente su una sedia a rotelle.
La vita sembra essere finita quel giorno,in quel luogo,in quell'istante.
Ma in realtà sarà proprio allora che il ragazzo comincerà un percorso che lo porterà a scoprire la sua vera natura,il vero Berto,quella persona che avrebbe sempre voluto essere e non è mai riuscito a conquistare.


IL MIO GIUDIZIO:


E' sempre bello leggere (o rileggere) i grandi classici della letteratura,
ma è anche altrettanto bello cimentarsi con i nuovi autori moderni.

Ho conosciuto Tommaso su Fb,grazie alla comune passione per Rino Gaetano.
Dai contenuti che pubblica sul suo profilo ho capito che è una persona molto simile a me sotto tanti punti di vista e,scoperto che è uno scrittore,ho deciso di leggere uno dei suoi romanzi per scoprire cosa ha da raccontare:
molte volte (o,almeno per me è così) si riesce ad esprimersi meglio mettendo le cose nero su bianco piuttosto che usando il "verbale".

Fra le varie opere che ha scritto mi ha colpito particolarmente questo titolo (c'è chi si fa ispirare dalle copertine,io mi faccio ispirare dai titoli!): "Ad un passo da me".
Quante volte capita di sentirsi a un passo da noi,senza riuscire mai a prendersi?
Una breve scorsa alla trama e poi...via su Amazon ad acquistare il romanzo!


E sono stati soldi spesi bene,nella maniera più assoluta.
Non lo dico per piaggeria:se il romanzo non mi fosse piaciuto non avrei avuto problemi ad ammetterlo.
Invece mi ha letteralmente conquistato e mi ha dato la conferma che io e Tommaso abbiamo davvero la stessa affinità di Weltanschaung.

La scrittura è semplice,incisiva,ironica,diretta e coinvolge già dalle primissime pagine.
L'autore va dritto al punto,non perde tempo con inutili descrizioni che potrebbero annoiare il lettore,
ma ti porta subito nel luogo che sarà il fulcro della narrazione:la mente di Berto,il protagonista.

Se dovessi usare una solo aggettivo per definire questa opera,infatti,l'aggettivo sarebbe INTROSPETTIVO.
Tutta la storia è incentrata sui pensieri di Berto,sulle sue "paranoie" che gli impediscono di vivere una vita degna di essere considerata tale.
Berto di fatto non vive,si limita ad esistere,trascinando il suo corpo come un peso morto dal lavoro a casa,
da casa al parco per la passeggiata giornaliera con il suo cagnolino,
dal parco alle uscite con gli amici.
Ma il tutto avviene con un senso di estraneità:
Berto non è presente a se stesso,tanto è vero che la sua mente si perde perennemente in voli pindarici,proiettando la sua "non vita" nelle vite degli altri.

Lo scrittore è bravo a descrivere questo senso di alienazione con l'uso di metafore:

il teatro diventa quindi un'allegoria proprio della vita stessa,
con l'invito a "restare sul palco e a fare la propria parte fino a quando non cala il sipario,anche se a seguirci non c'è nessun spettatore".
Allo stesso modo,con l'incidente di cui il protagonista rimane vittima,
l'immobilità "mentale" diventa inevitabilmente immobilità fisica,che lo porta a rivalutare se stesso e la sua intera esistenza;a rendersi conto di ciò che davvero è importante e a capire che,mettendosi in un angolo e non rischiando mai,sta gettando al vento i suoi anni migliori.

E sarà proprio grazie a questo incidente che il protagonista riuscirà a dare una svolta alla sua vita,perchè,talvolta sono proprio gli ostacoli che incontriamo sul nostro cammino ad indicarci la direzione giusta da prendere:
il percorso non sarà lo stesso di prima,sicuramente sarà più arduo ma non per questo meno bello. 

Berto è un personaggio complesso,un pò "arruffato" e sicuramente non risolto,
ma non può non ispirare tenerezza e simpatia.
In fondo,siamo tutti un pò "Berto"...almeno io mi sono riconosciuta molto in certi suoi atteggiamenti e nella sua forma mentis.

Quando un'opera mi coinvolge lo si capisce dal fatto che ogni momento è buono per aprirla e dargli una scorsa (fossi anche in attesa,in fila,alla cassa del supermercato!) e,nei giorni in cui ero alle prese con "Ad un passo da me" ci muovevamo sempre in 3:
io,il libro e la matita per sottolinearne i passaggi che più mi colpivano!

Perchè,per me,un buon romanzo è quello che mi fa svagare o mi arricchisce e qui ho trovato entrambi le cose:
a passaggi decisamente esilaranti se ne alternano altri che offrono ottimi spunti di riflessione.

Se ne consiglio la lettura?
Assolutamente sì.

Io ho già prenotato tutte le altre opere di Tommaso e sono in trepida attesa che il corriere me le consegni!

IL MIO VOTO: * MOLTO BUONO  *  Divertente ma allo stesso tempo introspettivo. Assolutamente consigliato!

LO SCRITTORE:



Frasi dal libro "Ad un passo da me" di Tommaso Occhiogrosso

Ci sono giorni che sorgono seguendo la scia della notte e risalendo ritornano al giorno precedente:
praticamente uno schifo.

Penso solo che alla fine crollerò.
Io e le mie paure.
Sanno di umido,di stantio.


Sì,sono stabile,ma ogni 5 minuti.
Poi cambio umore.
Mi ostino a credere che tutto mi sia dovuto,come una sorta di contraccambio per tutto ciò che mi è stato tolto.

Non mi ero mai fatto una carezza,nemmeno l'avevo mai pensato!
Mi sarei mandato al diavolo decine di volte in un'ora,ma una tenerezza,una cosa carina per me non l'avevo mai fatta.

Ormai sono grande,il tempo dei giochi è finito,bisogna crescere prima o poi.
Adesso inizia il gioco più duro:questa vita che da piccoli sogniamo e da grandi poi fuggiamo.

Perchè tornare indietro?
A che serve?
Non puoi riavvolgere tutto e quando vuoi:bisogna andare avanti.
Guardare avanti.
I ricordi sono tali perchè assemblano qualcosa:una vita,un sentimento,un'età.
I ricordi fanno rivivere,per attimi.

Vivere per il gusto di vivere e non si sognare.
A sognare ci pensavo la notte:di giorno dovevo essere sveglio e pienamente cosciente che la vita è davvero ciò che non ci si aspetta mai.
E' tutto ciò che può sorprendere,ma che purtroppo teniamo alla larga per paura di inondazioni.

Ti sei chiuso e preferisci guardare il mondo dallo spioncino:sai che la lente di quel buco distorce,vero?

Non c'erano semafori che regolassero il traffico dei miei pensieri.

Aveva aperto una voragine dentro me ed ogni volta che m'affacciavo su di essa,avevo l'impressione di caderci dentro.
In realtà c'ero già dentro,quello che guardavo era uno specchio,un'immagine di me mediocre che ostentava libertà,ma che aveva il sapore di solitudine.

Tenere addosso il peso di se stessi alla fine demoralizza.
Ero un peso perfino per me,che non sopportavo 4 ossa vaganti per le vie del quartiere e mi specchiavo con la speranza di piacermi.

Ero diventato così cinico che lottavo con la parte di me più sensibile.

Ho un mutuo col passato:sto ancora pagando.
Prima o poi queste rate finiranno e tutto tornerà a sorridere.
Il mio conto non l'ho ancora finito di pagare,questo maledetto mutuo mi blocca tutte le volte che ho intenzione di investire.
Dovevo chiudere quel conto,dovevo saldare il mio debito,dovevo farlo per me.
E' solo un problema mio,in realtà,una fissazione,non c'è nessun conto da pagare.

Tutto ciò che tu pensavi fosse vero è diventato di colpo falso.
Tutto ciò che credevi fosse bello,si è trasformato in brutto.
Tutto quello per cui volevi vivere è purtroppo morto.

La vita è l'insieme di immagini scattate e registrate.
C'è sempre un inizio e una fine.
C'è chi si illude dell'eternità.
I momenti belli non durano sempre,i sentimenti non sono eterni:sono fotografie di un momento,durano il tempo di un'immagine,di un solo fotogramma da appiccicare a tanti altri.

A volte i pensieri mi cullavano,a volte urtavano contro gli spigoli di una mente non proprio sana.

Era solo la paura.
Una fobia che inganna le sensazioni,i battiti ed anche i pensieri.

Travolge tutto,questa mia paura.
Avevo paura di guardare cosa ci fosse oltre i miei piedi.
Non volevo affacciarmi aldilà delle mie scarpe e vedermi intorni.
Pensavo che non ci poteva essere nulla di interessante o per lo meno tanto valido da doversi prendere il fastidio di osare.
Allora non osavo più.
Avevo messo a rischio la mia vita e,come dopo un brutto incidente in auto dove per miracolo si viene fuori sani e salvi,così anch'io mi ritenevo un miracolato.
Ma su quell'auto non ci sarei salito più.
Avrei camminato fino a sfinirmi,ma non avrei più guidato,era troppa la paura.

Se continui a correre in questo vortice,come vedrai la via d'uscita?
Ce ne deve essere una per forza,ma se continui a correre a vuoto,come la vedi?

Sei rimasto indietro da te stesso,ti sei perso,non sai nemmeno più cosa vuoi,cosa realmente desideri,non conosci cosa è bene per te!
Ti sei allontanato da te stesso ed ogni volta fai una corsa per raggiungerti.
Pare che non ci arrivi mai a toccarti,ad acchiapparti,fosse anche per un secondo.
Il Berto che rincorri è sempre troppo lontano da te.

L'amore,in molti casi,è questione di coincidenze:se prendi il treno sbagliato,fai un viaggio a vuoto.

Quel dolore aveva un sapore,lo sentivo,passandomi la lingua sulle labbra:amaro e secco.
Niente era peggio di quel sapore!
Me lo sentivo scendere fino in gola e deglutivo con sforzo...era il sapore del ricordo,dei giorni passati a maledirmi,a maledirla,a cercare pace ma soprattutto a cercare un tasto che potesse resettare in un solo istante anni che ormai,come fotografie,scorrevano davanti agli occhi sbarrati e disarmati.
Non potevo far nulla,dovevo guardare,filtrare quelle immagine quasi fosse una terapia di pessimo gusto,per poter selezionare i momenti migliori.

I tuoi occhi chiedono aiuto,la luce che viene fuori dai tuoi occhi è fioca:hai il cuore chiuso.

Pensavo che nessuno in realtà è secondario.
Se una semplice comparsa avesse dimenticato la sua battuta o avesse sbagliato il tempo d'entrata,quella commedia si sarebbe certo ricordata per l'errore della comparsa e a poco sarebbe valsa la bravura del protagonista,l'opera sarebbe stata ormai compromessa.

Dunque abbiate rispetto della scena e del personaggio che siete,non merita tanta vergogna!
Date vita al vostro personaggio!
Siamo tutti un pò attori ed è giusto che il sipario si apra.
Dobbiamo rispettare il ruolo che abbiamo,anche se non saremo seguiti da una folla di spettatori.
Non sempre possiamo fare il pienone in sala,tuttavia dobbiamo rispettare il nostro personaggio,dobbiamo rispettarci.
Il palco sul quale passeggiamo e viviamo è uno solo,una sola sera magari.
Una volta che veniamo giù da quel palco non possiamo più salirci,non ci sarà più nessuno spettacolo per il quale dar vita al nostro personaggio.
Se hai ancora la fortuna di avere indosso i tuoi abiti di scena,non importa se ti senti solo,non importa se a seguirti saranno in pochi:
fai la tua parte,figlio mio,anche se poche battute,anche se sentirai amarezza nel pronunciarle!
Tirale fuori con tutta la voce e con tutta la forza che hai!
Quando sarà finito tutto,le luci si spegneranno e dovrai scendere da quel palco:non avrai più modo di fare la tua parte.
Non buttarti come un pupazzo sulla scena,non abbandonare la tua parte!
Hai lavorato tanto per quest'opera:è proprio quando si è soli che si vede l'uomo,proprio quando nessuno ti applaudirà,dovrai applaudire te stesso perchè sei stato bravo per te,solo per te!
Come a teatro,così nella vita,finchè non cala il sipario,fai la tua parte,ti prego!

Il mio sipario era a metà:non chiuso del tutto,ma neanche aperto.
Attendevo,non sapevo cosa fare di quell'opera.
Chiudere del tutto o andare avanti?
Una volta tanto non ero più spettatore,ero salito sul palco,ma pareva che tutto mi remasse contro.

E' proprio quando pensi:"Questo è il massimo",è proprio allora che scopri di non avere visto nulla.

Noi siamo diversi,siamo fuori dal mucchio,vogliamo cose che altri non penserebbero mai.
Cerchiamo risposte alle quali nessuno dà peso e viviamo con la speranza disperata che qualcosa cambi.
Il mio percorso mi ha portato a essere cinico ma amante della vita,di tutte quelle cose che non ci sono più,di tutti quegli spazi ed angoli bui,dei quali nessuno si preoccupa più.

Riscatta te stesso!
Non lasciare che i ricordi e il passato tengano in ostaggio quell'immagine di te che tanto ti manca.
Hai già pagato la tua somma,vatti a riprendere...è compito tuo,prenderti cura di te.

Quando sarai ad un passo da te,vedrai,sarà così bello,così tanta la voglia che avrai di riaverti finalmente,che farai un salto e ti prenderai.

Invidio il fiuto dei cani.
Sentono tutto e in maniera preventiva.
Sono affidabili,il fiuto può salvargli la vita.
Vorrei avere questo dono perchè così riesco a percepire i pericoli prima:non avrei fatto un sacco di cazzate nella mia vita.

Nessuno si curerà di Berto più di quanto tu non lo voglia per te stesso.
Tu sei il tuo unico bene e per quanto possa tenerti sul palmo della mia mano per aiutarti e spronarti,devi decidere di stare in piedi e camminare.

Vorrei solo per un attimo che entrassi in questo corpo e provassi l'umiliazione che sento ora:
credo che ognuno di noi abbia un limite ed io l'ho toccato.
Questo è il premio per chi è diverso,per chi non accetta di vivere come tutti fanno?

Non c'è bisogno di essere straordinari o fare cose straordinarie:vivi tutto ciò che c'è di più ordinario,ma devi farlo in modo straordinario.

Stai attento a te stesso,riguardati e ti toccherai,ti sentirai,ti avrai per te stesso come nessuno ti ha mai avuto.

Non si può vivere per sentito dire.

Tu la senti? Dico di te stesso.
Manchi a te stesso?
Ti sei allontanato,ma quando ritorni?

Ho versato tutto me stesso,mi sono svuotato e ho regalato la parte migliore di me a chi,in fondo,non sapeva cosa farsene di quel dono.
Se guardi me,c'è da ridermi in faccia.
Ho perso tempo.
Ma non mi sono perso.
Mi sono solo allontanato un pò,dimenticando che il dono più grande sono io.

Siamo dei cadaveri,o quasi.
Abbiamo bisogno di quella scossa giornaliera, che sia un incontro,un momento,una semplice scopata,una barzelletta,un piatto prelibato o un patetico rhum...siamo quasi morti.

Il problema sono gli altri.
Noi ce l'abbiamo messa tutta,ma loro,gli altri...sono stati più forti.

Ad un passo da te ce la farai,ti renderai conto che hai solo perso tempo,che ti sei pianto addosso inutilmente perchè tanto è cambiato nulla.
Hai solo perso la strada sulla quale procedevi spedito.
Io ti ho visto e so che puoi farcela...avanti amico,muovi i tuoi passi,avanza e prenditi quello che ti spetta:il te stesso migliore.

Com'era triste dover addormentarsi per evitare un tramonto di pensieri e ombre.

Pensavo che,in fondo,quelle persone,quei miei amici,come si definivano,avrebbero preferito essere classificati per ciò che indossavano.
Niente di più.
Non erano interessati ad essere qualcuno,piuttosto a sembrare qualcosa.
Erano così vuoti da far paura.
Erano vuoti.
Assolutamente vuoti a perdere.
Come bottiglie strabordanti di aria,quelle membra ambulanti attendevano solo il giorno in cui sarebbero finiti in un grosso bidone,non piuttosto come vuoti a rendere,che solitamente tendiamo a conservare.
Nel loro caso,c'era poco da conservare e custodire:erano recipienti colmi di inezie.
Io ero diverso da quei vuoti a perdere.
Sì,lo ero.
Mi ero soltanto fermato,rischiando di svuotare il contenuto della mia bottiglia,spargendo per strada e buttando via senza alcun motivo quel poco di vita che mi ero stipato con tutte le forze.

Qualora mi avesse sorpreso un infarto,a poco sarebbe valso il cervello da solo:
era necessario che funzionasse il mio cuore per sentirmi vivo.

"Tutto ok?"
"Sì!Hai soltanto scatenato una reazione interna,ma tutto ok!"

E' come se il tuo cuore fosse ingabbiato.
Se vuoi realmente vivere a modo tuo,spacca questa gabbia che t'impriogiona:
la forza del tuo cuore deve rompere le barriere e le catene che lo tengono stretto.
Amico,solo così capirai come vuoi realmente vivere e rifarti del tempo perduto.

"Come si dice,allora:spaccacuore.E'questa l'immagine che mi proponi?"
"Ci sono 2 significati per questa parola che non esiste:spaccacuore verso l'interno e verso l'esterno.
Dipende dalla forza che lo governa.
Io non sarei qui se non avessi trovato la forza che spinge all'esterno,se mi fossi chiusa e lasciata andare.
Il cuore sarebbe imploso.
Sarebbe morto soffocandosi con le sue stesse pareti,con la sua stessa forza"

Io e gli specchi non abbiamo mai avuto un bel rapporto.
Ho sempre ritenuto questo complemento d'arredo superfluo,decisamente inutile:
non avevo bisogno che una rifrazione di luce mi ricordasse chi fossi,
mi conoscevo abbastanza da poterne fare a meno.
Insomma,non ho mai dato peso alla mia immagine,a ciò che indossavo,all'abbinamento maglioncino-jeans:
tutte cose inutili.

Ritornavo in me dopo aver passato una serata nel mucchio lì fuori.

"Quanti piani ha questa tristezza!Roba da ingozzarsi di Nutella per tirarsi su!
Ma quanti piani avrà la felicità?"

Sono tornato stremato,ho sprecato tanta di quell'energia,tanto di quel tempo...voglio vivere la vita che mi resta come una sorpresa,senza pretendere nulla perchè è la vita stessa che ti regala emozioni.

Prima di qualsiasi altra cosa devi far pulizia,buttare via ciò che non serve e fare spazio per ciò che guadagnerai d'ora in poi.
Butta via tutto,tutto ciò che possa occupare spazio prezioso:lasciatene tanto,crea angoli colorati dove accogliere le nuove emozioni e stiparle come un tesoro per il futuro.
Sarà l'investimento che da vecchio renderà speciali i tuoi racconti,le tue serate davanti a un'annata ottima di primitivo,seduto con accanto il tuo cane,uno dei tanti figli di Eddy.

Troppe seghe mentali fanno male,appartenevano al mio passato.
Volevo vivere.
E questo,certo,era il modo migliore per iniziare un nuovo capitolo.
Avanti allora... quinto piano!

"Ahhh!Non ci si può proprio stare in quel tunnel!"
"Già...e tu,caro amico,ci hai soggiornato per parecchio!"
"Che ci vuoi fare,quando sei in un posto e non hai molta volontà,pensi che quello sia il luogo più bello..."

"Appena dentro il tunnel,acceleravo per uscire...appena fuori ho rallentato per godermi quel secondo di liberazione."
"Ed è questa la fotografia che devi tenere bene a mente:fuggire da un luogo che ci soffoca per entrare nel posto dove sappiamo di star meglio"


Non avere sogni è come morire,è come vivere senza quello spirito che ti fa andare oltre le varie fasi della vita,superando poco per volta gli ostacoli.

Non cercare chissà cosa.
Il più delle volte la risposta ce l'abbiamo tra le mani, è solo che non le diamo troppa importanza.

Ho imparato fin da piccolo a non piagnucolare troppo:
avevo conservato le pretese e le semplici richieste in una scatola ermeticamente sigillata per non far trapelare alcun segno di debolezza.
Purtroppo era uno dei miei grossi limiti.
Non ho mai chiesto aiuto a nessuno.
Rifiutavo,in qualunque modo,una mano tesa perchè,accogliendo il soccorso,dichiaravo ufficialmente la mia vulnerabilità.

Alla paiura non c'è rimedio.
Nessuna cura,se non affrontarla.

Non giurerò di essere migliore e non ti assicuro giorni privi di sofferenza.
Purtroppo ci convivo con la sofferenza,sono fatto così e se solo accettassi questa condizione,sarebbe un buon punto di partenza per me.

Era necessario che mi trascinassi e sentissi quanto fossi pesante,quanto in realtà valessi.

Non smettere mai di cercarmi.
In amore la ricerca costante è una variabile fondamentale.
Persino dopo 30 anni di matrimonio,la ricerca dell'altro è sintomo di un sentimento.

Avevo smesso persino di cercarmi.
Non ero in viaggio,ma ero in fila agli arrivals di un aeroporto,dove non attendevo nessuno,ma osservavo la gente arrivare.
Mi incantavo a rubare gli sguardi d'attesa,dall'altra parte però,il mio sguardo,moriva:
non aspettavo nessuno,
Nessuno sarebbe arrivato,nè tantomeno sarebbe stato felice di vedermi.

Non amare se stessi nemmeno quando si soffre è pari al non essere nessuno,all'annullarsi.

E' un peccato contro la vita lasciarsi andare,abbandonare se stessi...ne abbiamo solo una di vita,perchè non lo comprendiamo mai abbastanza?
Fin quando avrò cuore e volontà,dimostrerò quanto valga la pena vivere,quanto sia importante per ciascuno di noi farci i complimenti,renderci speciali per quel che siamo,per ciò che possediamo.

Quando hai capito la strada,non vedi l'ora di arrivare!
Quando perdi la bussola,quando il senso di disorientamento ti urta con forza contro pareti alte...non hai mai un motivo,non lo trovi e tanto vale,pensi,che muoia qui...

Guardatevi intorno,aprite gli occhi,prendete conoscenza di voi stessi...lì in fondo c'è qualcosa.
Va' a scoprire cos'è,tanto sprechi il tuo tempo,cosa vuoi che sia una passeggiata,in fondo.
Troverai qualcosa.
Qualcuno,anzi.
Qualcuno ti aspetta.
E'quell'immagine di te che avevi perso.
Ti sta aspettando e senza di te morirà presto.

 


 

 
















lunedì 1 giugno 2020

La settimana dell'autore: Tommaso Occhiogrosso







Nome 
Tommaso Occhiogrosso

Data di nascita
21 Luglio 1978

Città di nascita
Bari

Città di residenza
Bitetto (Ba)


Come è nata la tua passione per la scrittura?
Sin da piccolo scarabocchiavo quaderni con storie o recite da proporre in casa ai miei genitori.
Era un gioco, è vero, ma con il passare degli anni è diventata una sana curiosità, voglia di mettermi in discussione.
Così è nato il mio primo romanzo “Ad un passo da me”: una sfida con me stesso in cui ho messo a confronto gli aspetti coerenti e contraddittori del mio “universo”. 
Da quel momento in poi ho capito che tutto ciò mi faceva bene. 
Sì, una sorta di terapia: guardarmi dentro e dar forma ai personaggi ha prodotto inevitabili percorsi di vita, situazioni parallele e metaforiche in cui i protagonisti esprimevano i miei reali bisogni e desideri.

Un autore che è un po' il tuo mentore, il tuo maestro?
Ammiro tanti autori e preferisco leggerli senza una particolare lente d’ingrandimento: ho sempre il timore di accostarmi troppo al loro stile e snaturare il mio. 
Piuttosto cerco di leggere oltre le righe e imparare i segreti del mestiere.


Primo libro letto
Le avventure di Tom Sawyer, regalo di Natale, credo a sei anni. 
Avere tra le mani quel libro illustrato dai caratteri enormi, mi sembrava un tesoro. 
Il fatto che il protagonista avesse il mio nome, scatenò una reazione insolita in me: m’immedesimai nel piccolo orfanello sino a fantasticare nuove avventure e nuovi giochi.

Scrittore preferito
Più che scrittore, ci sono stati periodi in cui ho letto più opere dello stesso autore. 
Kerouac, Palahniuk, Bukowski, David F. Wallace, per il periodo “americano”; 
i classici greci e latini ai tempi del liceo; 
Doyle, Woolf, Sterne per il periodo inglese; 
Pirandello, Erri De Luca, Eco, Dario Fo, De Filippo, Vitale, De Silvia per l’intenso periodo “italiano”.
E chissà quanti me ne sfuggono ora... come si può facilmente intuire, il genere fantasy non mi appassiona particolarmente: prediligo storie, romanzi di formazione, novelle e tanto teatro.

Libro preferito
La saga di Sherlock Holmes. Il romanzare di Conan Doyle credo abbia pochi eguali.

Un film tratto da un libro che ti è piaciuto più del libro?
Il codice Da Vinci

Cosa consigli a chi vorrebbe avvicinarsi alla scrittura?
L’esperienza mi ha portato ad essere paziente con la scrittura.
Mi accadeva di avere un’idea, qualcosa che in quel momento mi sembrava geniale. 
Correvo a buttar giù righe e righe, ma dopo due ore di intensa scrittura, mi accorgevo ahimè, di aver riempito solo cinque pagine del mio file word. 
Tornavo a leggere e rileggere la “genialata”, e mio malgrado, dovevo riconoscere a me stesso di aver esaurito l’intuizione in poche pagine. 
Non avevo più nulla da raccontare. 
La storia era inevitabilmente bruciata. 
Solo più tardi, dopo svariati tentativi, capii che un’idea “geniale” diventa una storia da raccontare solo se piantata e lasciata germogliare, crescere. 
Ci vuole tempo: l’idea deve prender forma da sé, essere alimentata dalla fantasia e dal bisogno concreto di volerla raccontare. 
Poi tutto viene di conseguenza, la trama si fa più chiara e gli sviluppi quasi si accavallano sino a renderti conto che devi addirittura tagliare parti che appesantisco il corpo della storia. 
Dunque, pazienza e perseveranza.

Cosa significa per te leggere?
Leggere ha sempre significato andare oltre me stesso, immaginare realtà a cui di certo non avrei mai pensato e tentare di scoprirle per farle mie.

Cosa significa per te scrivere?
Come ovvio, scrivere mi obbliga ad un percorso inverso rispetto alla lettura: è scavare, scendere nelle zone buie ed evidenti, illuminare i miei “perché” per dare un motivo alle evoluzioni interiori. 
È il mio mondo.

Chi ti ha fatto scoprire il piacere della lettura?
Le insegnanti prima di tutto.
Ho avuto la fortuna di incontrare straordinarie maestre di vita, docenti che mi hanno fatto amare la letteratura e gli autori. 
L’idea di “arte” significava e significa tuttora bellezza, come dice il mio ultimo personaggio Carmine in Nessuno ti chiama per nome: “Fare belle tutte le cose, così come dovevano essere in origine, senza il superfluo che ci mettiamo intorno”.

Da bambino sognavo di diventare...
Tante cose e nessuna.
Avevo una fantasia sfrenata. 
Ora che sono un po’ più grande, sogno ancora tante cose e questo forse, è l’unico segreto che mi permette di “sopravvivere” e raggiungere i miei piccoli e grandi traguardi.

Cosa bevi durante le tue sessioni di scrittura?
Nulla, piuttosto produco grossi nuvoloni con la mia sigaretta elettronica!

Un personaggio letterario che ti porti nel cuore?
Tristam Shandy di Laurence Sterne. Provo grande invidia nella genialità del suo creatore.

Quanti libri leggi all'anno?
In media uno al mese, o forse qualcuno in più… ma come ovvio dipende da diversi fattori. 
Ad essere sincero non ho mai fatto una stima delle mie letture perché leggere è un’azione così naturale che mi sembra superfluo portarne la conta.

Cartaceo o digitale?
Entrambi.
Non è stato destabilizzante leggere il mio primo libro su tablet. 
Certo il cartaceo conserva il suo fascino, ma trovo comodo anche acquistare e avere immediatamente sul Kindle un libro che altrimenti potrei avere tra le mani chissà quando.

Dove preferisci leggere?
Sul divano. È la mia nicchia. Ultimamente anche in treno, nonostante il vociare dei vicini.

Da cosa nascono i tuoi romanzi?
Come dicevo prima, le mie storie nascono da domande a cui necessariamente devo dare risposta. Prima di procedere con la stesura, lascio sedimentare l’intuizione, aspetto che prenda corpo per capire se è un capriccio o qualcosa di più serio. 
Durante questa gestazione, le idee mi rimbalzano nella testa una dopo l’altra e discernere le “buone intuizioni” dalle cose già lette e rilette non è facile, perché dal punto di vista di uno scrittore, ogni idea è nuova, unica. 
Ci vuole coerenza e onestà intellettuale. 
Tante idee sono finite nel cestino perché non dicevano nulla di nuovo e dunque non meritavano di essere raccontate. 
Altre invece persistevano e ho dovuto quindi approfondirle, era necessario documentarmi, fare sopralluoghi: bisogna dare concretezza ad una storia, perché di sola forma non ha mai retto nessun romanzo. 
Questi sono in estrema sintesi i parametri che metto in campo quando decido di scrivere: la scrittura deve essere necessaria, altrimenti è solo aria fritta.

Scrivi a penna o sul computer?
Le fasi preliminari nascono sui miei taccuini: appunti e scalette, struttura e intrecci.
Quando ritengo che tutto abbia un senso, procedo con la vera e propria stesura. 
E diventa un fiume in piena. 
Senza i miei appunti, tutto ciò non sarebbe possibile.

Ha qualche gesto scaramantico legato alla scrittura?
Solitamente preferisco tenere tutto all’oscuro, anche di mia moglie. 
Sono maniaco della perfezione, della parola, della virgola. 
Persino dello spazio in bianco e del capoverso.

Preferisci leggere/scrivere in silenzio o con un sottofondo musicale?
Il silenzio crea la giusta atmosfera, ma se dovesse partire l’aspirapolvere, non ne faccio una tragedia!

Il libro che non avresti mai voluto leggere?
“Il vincitore è solo”. Comprai quel libro perché Coelho faceva figo… forse per questo l’ho mal digerito. Non era il memento giusto.

Cosa c'è di te nei protagonisti dei tuoi romanzi?
Direi proprio tutto, non saprei fare altrimenti. 
Con parallelismi e metafore, non faccio altro che mostrarmi per quel che sono. 
Ho già detto che la scrittura è per me scavare, sì?!

Qual è il personaggio dei romanzi a cui sei più affezionato?
Hektor. “Metà carne, metà ricordo”.
È il personaggio a cui ho lavorato di più, forse perché è il più complesso: non potevo lasciare nulla al caso, non potevo sbagliare.

Scrivere è la tua principale attività o ti occupi anche di qualcos'altro?
Mi occupo di logistica di magazzino da quasi vent’anni.
Amo il mio lavoro per tutto ciò che comporta.
La scrittura non è una valvola di sfoga, è semplicemente la parte che completa il mio essere.


Per restare sempre aggiornati sulle ultime novità riguardanti Tommaso, seguitelo sul suo blog:





La settimana dell'autore: bibliografia di Tommaso Occhiogrosso








BIBLIOGRAFIA:





Titolo:
"Ad  un passo da me" edizioni Albatros, 2010

Sinossi:
Berto è un ragazzo come tanti, vive da solo nella sua condizione di single incallito e fatica a vivere la propria vita: si ritrova continuamente ad osservare gli altri e a pensare col loro cervello, ad immaginare situazioni e pensieri e condividere con loro frammenti di esistenza.
Ma sarà un evento drammatico a cambiarlo: a seguito di una brutta caduta, si troverà improvvisamente su una sedia a rotelle.
La vita sembra essere finita quel giorno, in quel luogo, in quell'istante.
Ma, in realtà, sarà proprio allora che il ragazzo comincerà un percorso che lo porterà a scoprire la sua vera natura, il vero Berto, quella persona che avrebbe sempre voluto essere e non è mai riuscito a diventare.

Una citazione dal libro:
"Pensavo che nessuno in realtà è secondario.
Se una semplice comparsa avesse dimenticato la sua battuta o avesse sbagliato il tempo d'entrata, quella commedia si sarebbe certo ricordata per l'errore della comparsa e a poco sarebbe valsa la bravura del protagonista: l'opera sarebbe stata ormai compromessa.
Dunque, abbiate rispetto della scena e del personaggio che siete, non merita tanta vergogna!
Date vita al vostro personaggio!
Siamo tutti un pò attori ed è giusto che il sipario si apra.
Dobbiamo rispettare il ruolo che abbiamo, anche se non saremo seguiti da una folla di spettatori.
Non sempre possiamo fare il pienone in sala, tuttavia dobbiamo rispettare il nostro personaggio, dobbiamo rispettarci.
Il palco sul quale passeggiamo e viviamo è uno solo, una sola sera, magari.
Una volta che veniamo giù da quel palco non possiamo più salirci, non ci sarà più uno spettacolo per il quale dar vita al nostro personaggio.
Se hai ancora la fortuna di avere indosso i tuoi abiti di scena, non importa se ti senti solo, non importa se a seguirti saranno in pochi: fai la tua parte, figlio mio, anche se poche battute, anche se sentirai amarezza nel pronunciarle.
Tirale fuori con tutta la voce e con tutta la forza che hai!
Quando sarà finito tutto, le luci si spegneranno e dovrai scendere da quel palco: non avrai più modo di fare la tua parte.
Non buttarti come un pupazzo sulla scena, non abbandonare la tua parte!
Hai lavorato tanto per quest'opera: è proprio quando si è soli che si vede l'uomo, proprio quando nessuno ti applaudirà, dovrai applaudire te stesso perchè sei stato bravo per te,solo per te!
Come a teatro, così nella vita, finchè non cala il sipario, fai la tua parte, ti prego!"


La mia recensione:
https://saporedilibri.blogspot.com/search?q=ad+un+passo+da+me








Titolo: 
"L'uomo senza specchio e cravatta"  edizioni Il Pavone, 2012

Sinossi:
Carlo, ritardatario perenne, è un ragazzo come tanti: ha 30 anni,è figlio unico, vive con i suoi, 
ha un lavoro che si è inventato e un'amica con la quale condivide tutto.
Antonio è suo padre, ma lui non è affatto suo figlio, o meglio non è ciò che un genitore si aspetti da un figlio adulto.
Padre e figlio vivono in eterno contrasto, come 2 individui ospiti della casa, nella quale i silenzi sovrastano le parole.
Carlo cerca verità,ma ogni cosa gli parla di CipolleMarce.

Una citazione dal libro:
Cipolla Marcia è il nome che do a tutto ciò che non è vero.
La verità è una cipolla, che sfoglia dopo sfoglia, 

riga le guance di lacrime senza nemmeno che tu ne sappia il motivo.
Tanta non sincerità, fa piangere. 
Il cuore della cipolla è il fulcro della verità, la verità per eccellenza. 
Di solito mostriamo la nostra cipolla intatta, lucente, perfetta e, strato dopo strato, 
sveliamo la parte più vera a chi veramente la merita. 
Chi decide di lasciarla integra, a lungo andare muore nelle sue stesse verità, 
affoga propriamente nell’acidità delle sue sfoglie:
patine d’ipocrisia che seccano pian piano, sino a far marcire il cuore. 
E la cipolla si butta.
Sfogliare cipolle ancora intatte, mi rattrista.
Per questo il mio linguaggio pare incomprensibile,
di parole senza spazi, senza pause, perché troppi vuoti formano distanze ed io,
cerco di tenermi stretta ogni cosa, specie pensieri vitali, essenziali per distinguermi dalla massa.
Così facendo, son certo resterò solo, appunto,
ma questi vuoti, queste distanze, non mi fanno per nulla paura.
Sono tutto di un pezzo, anch’io.
E camminerò da solo.

La mia recensione:
https://saporedilibri.blogspot.com/2015/01/luomo-senza-specchio-e-cravatta-tommaso.html








Titolo:
"Matrioske"  edizioni David & Matthaus, 2013

Sinossi:
"Matrioske" fa luce su una giornata qualunque di Brigitte, come se si accendessero i riflettori su una ragazza e la seguissimo in tutti i suoi spostamenti, per sbirciare nella sua vita per una giornata.
Una giornata rappresentativa dell'esistenza della protagonista, dei suoi pensieri, del suo modo di rapportarsi con gli altri.
La vediamo uscire di casa, andare a scuola,parlare con i suoi amici, vivere esperienze sessuali, occuparsi di un bambino,scoprire l'amore...
Niente di particolare, a prima vista: il racconto si concentra,infatti, anche su dettagli insignificanti, trascurabili, che servono comunque a tratteggiare la personalità di Brigitte.
Ma sono i pensieri della protagonista, messi completamente a nudo dall'autore, a farci capire realmente chi abbiamo di fronte, a farci comprendere la complessità del suo animo.
Brigitte è, in realtà, la somma di tutte le matrioske che si è costruita tante Brigitte che si rapportano con il mondo, che coprono la vera essenza, la matrioska più piccola, quella che rappresenta il cuore.
Un animo solo all'apparenza cinico e provocatorio, che nasconde un segreto doloroso, preservato nell'intimo e coperto da numerosi strati per proteggerlo.

Una citazione dal libro:
Per quel che mi riguarda, forse non esiste un posto dove sentirmi al sicuro, ma frequento luoghi e sparisco all'occorrenza.
Un pò ovunque ,un pò in nessuna parte del mondo.
Non mi sento cittadina,ma pellegrina, e se mi fermo è solo per pianificare la prossima tappa.
Dovrò pure accamparmi per progettare il viaggio!
Il fatto è che non son mai a casa, non mi sento protetta con nessuno, non esiste un punto fermo dove posare le valigie,ma solo angoli dove metterle in sosta momentanea.
C'è di peggio che non mi rendo amabile, ma non è un mio problema.
Non sono l'emblema della simpatia e la stessa cosa penso di tutto ciò che mi circonda.
Il mondo, in effetti, non ha niente di simpatico, tantomeno di tondo:
lo vedo piuttosto spigoloso.
Devi starci attento,altrimenti ci cozzi e ti fai male.

La mia recensione:
https://saporedilibri.blogspot.com/2014/07/matrioske-tommaso-occhiogrosso-2012.html









Titolo:
"L'abito non fa il morto"   edizioni David & Matthaus, 2013

Sinossi:
"Dopo aver visto ciò che la gente vuol mostrare, credo sia giusto andare oltre a interrogare, in qualche modo,chi non può mostrare più nulla".
E' racchiuso in questa frase il significato vero di questo romanzo.
Alfredo è un becchino, divorziato ed egoista, a detta degli altri.
Prima era un fotografo, uno che immortalava la "vita, nascosta nella rabbia o in una lacrima, quella che non interessa a nessuno, perchè troppo preoccupati a vestire i panni della perfezione.
Il suo mestiere è ora quello di vestire i cadaveri e gli impone di non pensare alla vita che è sfuggita da quei corpi ormai inerti.
Ma quella suora morta nel convento nasconde qualcosa e sente il bisogno di osservare da vicino quel "pezzo d'anima" che resta "incollato sul viso, perchè è quello che racchiude la nostra vera essenza.

Così varrà la pena tornare nel convento di nascosto, perchè forse non tutto è perduto, c'è ancora qualcosa da salvare, è soltanto un'attesa.

Una citazione dal libro:
Ecco perchè di tutto ciò che osservo, prediligo gli inestetismi, brevi e indefinite macchie che ci portiamo dietro.
Provo a immaginare una vita linda, spazzata, lustrata sino all'ultima mattonella:
praticamente un'esistenza asettica.
Più ci penso e più mi concentro sul desiderio di continuare a sporcarmi,mettere le mani nella spazzatura per vedere ciò che è stato,ciò che ho trascurato, perchè nella quotidianità dei giorni, spesso mi perdo.
Devo ritrovarmi nell'immondizia.

La mia recensione:
https://saporedilibri.blogspot.com/2014/07/labito-non-fa-il-morto-tommaso.html







Titolo:
"Come una cosa e l'altra"    edizioni David & Matthaus, 2013

Sinossi:
Ci si può sentire soli anche se circondati da tante persone, da tanti amici.
E'quello che succede nel bar in cui ragazzi e ragazze si incontrano, si tengono compagnia,
si confidano, litigano e passano giorni.
Soprattutto per non sentirsi soli.
Caratteri differenti che si scontrano su progetti importanti come su piccole questioni e tra le righe si percepisce sempre una rassegnazione amara.

Una citazione dal libro:
Ecco,questo è Mario:
uno che,come una cosa e l'altra,cerca del buono in ogni situazione.
E'patetico.
Ma divertente.
Scherza di ogni tragedia perchè pensa che alla fine sono i cattivi pensieri a rovinarci la vita.
La presenza di Matilde, invece, la ascolti.
Non la osservi.
Per questo è bella anche quando non la vedi farsi largo tra tante teste.
Direi quasi che è quella nota che suona,dietro a un'altra e un'altra ancora,ma in sottofondo,senza prevaricare con prepotenza.
Penso che Matilde a volte parli,ma senza farsi ascoltare,tanto che è silenziosa.

I suoi occhi esprimono concetti chiari solo a pochi.

La mia recensione:
https://saporedilibri.blogspot.com/2015/01/come-una-cosa-e-laltra-tommaso.html







Titolo:
"Metà carne, metà ricordo"  edizioni David & Matthaus, 2013

Sinossi:
Hektor è un artista di candele.
La sua bottega in Via dei Martiri pare un luogo di culto, a volte tetro, a volte luminoso.
I suoi clienti non sono acquirenti qualsiasi, sono anime.
Nel covo del candelaio si illuminano vite e zone oscure,si raccontano solitudini e speranze.
A far luce sulle verità c'è Hektor, abbandonato da piccolo alla cura dei nonni.
E c'è il suo gemello mai nato:la malattia.
Hektor è un borderline.
O bianco o nero.
Come l'arte delle sue candele.
Tra "Carne" (i clienti, il presente) e "Ricordo" (il passato, la malattia) giunge zia Sara, una psicologa con un passato da farsi perdonare.
Attraverso i clienti della bottega,conoscerà Hektor e la sua malattia, tentando di ricucire una ferita lunga una vita.

Una citazione dal libro:
"Quanto può infastidire un soffio? Nulla. E'solo una frazione di fiato. Ma se sei candela t'uccide."
"Sono una candela?"
"Tutti siete candele. Chiunque venga da me è candela. Io vi offro colore, forma, profumo di incenso o vaniglia. Bisognosi di luce e portatori sani di buio: basta un fiammifero per darvi vita o un soffio per farvi lacrimare cera".

La mia recensione:
https://saporedilibri.blogspot.com/2014/08/meta-carnemeta-ricordo-tommaso.html







Titolo:
"Nessuno ti chiama per nome"   edizioni Le Flaneurs, 2019

Sinossi:
Carmine è un ragazzino intelligente e sensibile, diverso da tutti i suoi coetanei e dalla gran parte degli adulti di sua conoscenza.
Mentre i compagni passano l'estate a scorrazzare in bici per le strade di Oria, lui ama disegnare, soprattutto volti, rendendoli migliori e "più veri" su carta.
Quello dell'appuntato Carbone, per esempio, lo intriga al punto da piazzarsi ogni giorno nella caserma dei carabinieri con la scusa di una bicicletta rubata, per coglierne le innumerevoli sfumature.
E'lì che, una mattina, un uomo va a denunciare la scomparsa della figlia Sashi, trovandosi davanti l'aria di sufficienza del maresciallo Biase.
Carmine segue l'istinto e, con lo scarso aiuto dell'italiano stentato di questo padre in lacrime, realizza un ritratto che viene affisso in paese.
Ma a nessuno interessano davvero le sorti di una zingara.
Solo a lui, che la prende tanto a cuore da portare avanti un'indagine in solitaria per ritrovarla, compiendo nel frattempo un percorso che lo allontana dai pregiudizi dei grandi e lo rende più simile all'uomo che vuole diventare.

Una citazione dal libro:
"Sei strano..."
"Capita che me lo dicano"
"E tu come ti senti?"
"Strano. Diverso.Forse perché guardo cose che gli altri non vogliono guardare. Mi piace andare oltre a quello che vedo è che sento."

La mia recensione:
https://saporedilibri.blogspot.com/2019/10/nessuno-ti-chiama-per-nomeunestate-con.html


La mia videorecensione:
https://youtu.be/W_0AgZZQGes




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venerdì 21 dicembre 2012

Frasi dal libro "E' una vita che ti aspetto" di Fabio Volo

Cosa c’è di meglio che essere curiosi di se stessi?
Pagina bianca come la vita...le amo entrambe xchè sono curioso di vedere come va a finire.


Avevo paura.
Avevo paura e non sapevo di cosa.
Semplicemente provavo una sensazione di paura senza conoscerne il motivo.
Mi sentivo angosciato,pieno di ansie.
Desideravo solo un po’ di quiete.
Non chiedevo molto:volevo solo stare bene.
A volte mi succedeva anche durante la giornata,mentre ero seduto alla scrivania,
o magari quando ero solo in macchina.
Guidavo e mi veniva come da piangere,mi assaliva questa sensazione e non capivo cos’era.
Non sapevo come gestirla,non aveva maniglie,non potevo afferrarla,controllarla,non c’era via d’uscita.
Qualcosa dentro di me era in disordine.


In quella notti di panico mi assalivano ricordi vestiti di malinconia e le scene nella memoria si svolgevano lentamente,quasi al rallentatore,come in un film.
Si iniziava a proiettare “Nuovo Cinema Paranoie”


Per sentir parlare così bene di sé bisogna morire.
Pazzesco.
Non ho mai capito xchè ci sia + rispetto x i morti che x i vivi.


“Ma che paura di morire?Il tuo problema è proprio l’opposto.
Il tuo problema non è aver paura di morire,ma aver paura di vivere.
E’ il contrario.
Hai quella maledettissima malattia molto diffusa del “non vivere”.
Sei malato di non vita.
Ti ricordi quando mi hai chiesto se avevo le pastiglie x la felicità?
La pastiglia è la vita.
Vivi,buttati,apriti,ascoltati.
Le tue paure,le tue ansie sono dovute al fatto che tu esisti ma non vivi.
Se vuoi essere felice,se vuoi essere libero,impara ad amare.
Ad amare e a lasciarti amare!”


Io non sapevo veramente cosa volesse dire vivere.
E neppure come si facesse a vivere.
Al massimo sapevo come si faceva a morire.
Conosco un sacco di modi x morire,ma non x vivere.
Pazzesco.
Pazzesco scoprire che sai come si muore ma non sai come si vive.


Avevo acceso la luce di quella stanza che tenevo spenta x non vedere.
Il problema era che da quel momento,anche se la rispegnevo,
ormai avevo visto com’era arredata la stanza.
Anche al buio sapevo cosa c’era dentro.


Ascolta il bambino dentro di te…ma mi sa che il bambino dentro di me è caduto dal seggiolone e non parlerà x un po’.


Vivevo nella paura.
E vivere nella paura è sempre stata la condizione di chi è sottomesso.
Paura del domani.
Paura di non essere pronto.
Di non essere all’altezza.
Forse uno degli errori + grandi che facevo era quello di prepararmi al peggio.
Era la paura di non essere in grado di reggere una situazione brutta,la paura di perdere il controllo,
o di trovarmi spiazzato e soffrire troppo,
che mi portava ad allenarmi costantemente al pensiero di una catastrofe in arrivo.
Per quello mi concentravo su cose brutte che potevano succedere.
Qualche disgrazia,qualche tragedia.
Io alla fine non dovevo trovarmi impreparato.
Costruivo delle barriere,delle difese,dei cuscinetti x attutire l’eventuale botta,l’eventuale scontro con la realtà.
Ecco xchè alla domanda:”Sei felice?”,rispondevo:”Non lo so ma non mi lamento”.
Perché,visto che mi aspettavo sempre la catastrofe,il fatto che non fosse ancora successa doveva rendermi felice.
Quindi x me il significato della parola felicità era:mancanza di dolore.


Io aspettavo la tragedia.
E mentre mi concentravo sul male,probabilmente il bene,il meglio,il bello mi passavano a fianco e io non me ne accorgevo.
Ero troppo concentrato sul peggio,sul male,sul brutto.
E anche se la vita mi regalava una cosa bella,io non la sapevo gestire,non ero pronto e mi faceva paura.
Non ero capace di stare bene fino in fondo.
Non ero in grado di gioire.


Ci ho messo un po’ a capire che è + importante che una donna sia felice che fedele.
Perché una donna felice non tradisce.
Una donna felice è sempre fedele.
Non ha bisogno di nient’altro.


Comunque io,con il mio stupido modo di fare,rovinavo tutto.
Diventavo simbolicamente come Dio e Adamo insieme.
Mi cacciavo da solo dal paradiso.
Questo atteggiamento d’attesa del peggio fra l’altro non è mai servito a niente.
Non si è mai preparati abbastanza alle cattive notizie e pensarci non serve a nulla.


Quando c’è di mezzo lui dovrei farmi legare a un palo come Ulisse con le sirene.
Nella mia vita è sempre stato così.
Più ero deciso a non farmi tentare,+ forti si presentavano le tentazioni.


La grande trappola del domani mi aveva fatto ancora prigioniero.
Quante volte c’ero cascato.
Domani farò,domani sarò,domani cambierò,domani dirò…domani,domani,domani.
E di domani in domani mi sono trovato alla mia età.


Non dovevo farmi + distrarre da niente e da nessuno.
Dovevo imparare a dire NO agli altri e concentrarmi un po’ su me stesso.


Correvo e arrancavo da anni alla ricerca di un po’ di felicità,ma in realtà continuavo a inseguire il piacere.
Avevo sempre confuso le 2 cose.
Felicità e piacere.


Avrei voluto tirare una riga e ricominciare veramente da capo.
Ero pronto a salpare,ma in quale direzione?
Da dove potevo iniziare la mia nuova vita?


Io non so nemmeno se esiste la felicità.
Intendo dire come condizione perpetua.
Credo che la felicità siano picchi che durano attimi,secondi.


Tornavo a casa e ,quando ero lì a letto da solo,non riuscivo a prendere sonno.
Mi veniva in mente una serie di domande.
Mi chiedevo:onestamente,ti sei divertito questa sera?
Questa è la vita che vuoi vivere?
Stai davvero facendo ciò che vuoi o lo fai xchè segui il flusso dei tuoi amici?
Ero confuso.
Ma non capivo se erano le situazioni che non mi andavano + bene,oppure se ero io che non ero + capace di divertirmi.
Forse ero diventato + esigente.
Non potevo fare a meno di chiedermi:”Cazzo,ma la vita è tutta qui?”
Mi veniva da pensare che doveva esserci qualcosa di +.
Qualcosa che avesse + senso.
Non riuscivo a togliermi di dosso quella sensazione di inutilità della vita.
Volevo delle risposte.R-spo-ste.
Probabilmente una parte di me,quella + intima,quella + profonda,stava premendo nella mia vita.
Non so.So solo che sono stato molto strano x un po’.
Almeno così mi dicevano.
Oppure liquidavano certi miei comportamenti con la frase:”Pensi troppo”.
Insomma,tornavo a casa e non sapevo dare una risposta alle domande che mi assillavano.
Qualcosa spingeva.
Ero come incinto.
Si stavano rompendo le acque.
Il bambino dentro di me stava premendo x uscire.
Ma + che rompere le acque,stavo iniziando a rompere le scatole.
Con le mie solite fissazioni.
Ma è colpa mia se torno a casa e sento che così non mi va +?
Del resto,i miei ragionamenti non erano cause.
Erano effetti.
Effetti di un qualcosa.
Di una noia,di una crisi,di una sensazione,di un vuoto,di paure.
Di quelle maledettissime ansie.


Ognuno di noi nella propria vita crea sapori diversi,come i profumi che cambiano in base alla pelle.
Tutto è neutro.
Sei tu che dai il sapore alle cose,incontrandole.


Forse è vero che penso troppo.
Ma non è che penso troppo,mi fisso è diverso.


I ricordi sulla giostra sono una metafora perfetta della nostra vita in quel periodo.
Eravamo anche noi su una giostra.
Quella che quando parte fai fatica a scendere.
Vivevamo con l’unica ambizione di riuscire a strappare qualche codino x avere il nostro momento di gloria e un ennesimo giro sulla giostra.
Quella giostra,però,non è vita,ma ne mette in scena la parodia.
La parodia della vita.
Mentre la vita,la vita vera era giù.
Più vicino di quanto potessi pensare.
A un passo.
Ma quel passo spettava a noi.
Bisogna avere coraggio.
Il coraggio di scendere.
Il coraggio di fermare quell’esistenza.
Il coraggio di essere liberi.
Ma scendere dalla giostra voleva dire fermarsi.
E io,ad esempio,non ne ero capace.
Era una vita che scappavo,che correvo,che fuggivo,dalle mie paure,da una continua malinconia,
da una specie di depressione.
Comunque il problema era che bisognava in qualche modo saltare giù da quella giostra e il primo passo da fare era proprio non muoversi.
Fermarsi.



Per me cambiamento voleva dire dolore,quindi ho sempre fatto molta fatica a cambiare.


Crescendo mi sono convinto sempre di +,
che nella vita ci sia solo un vero grande amore.
Che esista un principe azzurro x le donne e una principessa x gli uomini.
L’anima gemella.
E che gli altri alla fine siano soltanto comparse.


Non è meraviglioso sapere che x una persona al mondo tu sei “il più”?
Non è incredibile tutto questo?



Forse bisogna anche un po’ imparare a stare con le persone,
e non aspettarsi gli incastri perfetti.


Quel pomeriggio sono rimasto nella realtà solo qualche minuto.
Mi sono trasferito nel mio mondo quasi tutto il giorno.
Traslocato.



In quella donna riponevo la mia felività.
Quella dipendenza mi metteva paura.
Sapevo che sarebbe stato meglio x me lasciarla,ma non ci riuscivo.
Non volevo la donna giusta x me,volevo lei.
Con lei soffrivo troppo,senza di lei anche.
Ero in trappola.
Non vedendola,fra l’altro,non solo non stavo meglio,ma addirittura la idealizzavo e finivo x desiderarla ancora di +.
Allora mi dicevo:”Piuttosto che niente,meglio piuttosto”.
Cioè prendevo quello che poteva darmi e cercavo di accontentarmi.
Se mi fossi amato non glielo avrei permesso.
Il problema era sempre quello.
La soluzione era arrivare alla nausea.
Continuare finchè mi fossi nauseato non tanto di lei quanto della mia umiliazione e mancanza di amore x me stesso.


Poi mi sono guardato dritto negli occhi e a un certo punto mi sono detto:
“Ti voglio bene…e a te da adesso in poi ci penso io,non ti preoccupare”.
La cosa strana è che x un attimo ho provato un po’ d’imbarazzo.
Alla fine,però,mi ero simpatico.
Mi ero simpatico xchè io,quello lì nello specchio,lo sapevo cosa aveva passato nella vita.
Sofferenze,dolori,pianti,silenzi,gioie,risate.
E anche se non era perfetto,non potevo che volergli bene,tutto sommato.


La mia compagnia mi piaceva.
Il viaggio alla scoperta di me stesso era diventato un gioco divertente.
Incontrarmi veramente x la prima volta.
Mi ascoltavo e mi parlavo.
Più giocavo dentro di me,più avevo l’impressione che quel gioco fosse infinito.
Mi sentivo infinito.
Un pozzo senza fondo.Un universo.
Questo amico ritrovato non mi faceva + sentire solo.


Quella voce dentro di me,che ero io,voleva essere ascoltata e voleva che i suoi desideri e bisogni fossero soddisfatti.
Voleva essere amata.Amata da me.Voleva semplicemente vivere.


Inseguivo quello che credevo di volere e non quello di cui avevo veramente bisogno.
Così,mi sono trovato ad avere quasi tutto tranne ciò che mi serviva x stare bene.


Avevo imparato che non potevo + fare a meno di me stesso se volevo veramente incontrare gli altri.
Incontrare la vita.
Avevo capito che rinunciare a se stessi,non amarsi,è come sbagliare a chiudere il primo bottone della camicia.
Tutti gli altri poi sono sbagliati di conseguenza.
Amarsi è l’unica certezza x riuscire ad amare davvero gli altri.
Ma come potevo incontrare qualcuno e conoscerlo davvero se non sapevo neppure chi ero io?
Come potevo donarmi a un’altra persona se non sapevo nulla di me?
Sarebbe stato come regalare un libro che non avevo letto.
Che senso ha?
Per anni avevo tenuto un piede su ciò che ero e uno su ciò che pensavo di essere.


Sentivo che non volevo scendere a patti con il mondo.
Con la sua imperfezione.
Come se io non ne facessi parte.
Volevo solo uscire da quel modo di vivere che mi dava un senso di inutilità.
E mi disturbava il fatto che,senza di me,questo mondo sarebbe andato avanti ugualmente.



Non c’era niente di peggio che una vita senza vita.
Speravo che il tempo passasse velocemente.
Proprio come un carcerato.
Mentre se fossi stato una persona sana,avrei dovuto vivere sperando che il tempo passasse lentamente e mi facesse invecchiare il + tardi possibile.
Quanto è assurdo tutto ciò?
Come si può pensare a una cosa così tremenda?
Quanto dovevo stare male x sperare in questo?



Volevo una persona che voleva me.
Una persona x la quale io non potevo essere sostituito da un giorno con l’altro.
Una persona che mi facesse sentire speciale.
Diverso da tutti.Un individuo.Una persona.
Una persona a cui,se morivo,dispiaceva.



Perché io il mondo non lo amavo,lo subivo.



Spesso dicevo che la vita era uno schifo.
Anche quella frase mi stava fregando,xchè avrei dovuto dire:”La mia vita è uno schifo”.
Allora,magari avrei iniziato a chiedermi se potevo fare qualcosa x cambiarla.
Se era tutta colpa del destino,del caso,della sfortuna,o se invece anch’io ne ero colpevole.
Xchè dire che la vita fa schifo è come dire che non c’è niente che si possa fare.
Che bisogna accettarlo come un dato di fatto imprescindibile.
Fortuna che ho capito che la mia vita ha un valore e quel valore glielo do io con le mie scelte e con il coraggio delle mie decisioni.
Ho imparato a pormi una domanda ogni sera prima di addormentarmi:
“Cosa hai fatto oggi x realizzare il tuo sogno,la tua libertà?”
Alla seconda sera in cui mi sono risposto:”Niente”,
ho capito quanto in fondo una parte del problema fossi io.
Quindi,o smettevo di lamentarmi o iniziavo a darmi da fare.


Ma io dovevo relazionarmi alla mia di vita.
Alla mia realtà.
Anche se avevo una casa,un lavoro,una famiglia,una macchina,non ero felice.
Sarò stato un ingrato,uno incapace di star bene,un insensibile,ma di fatto non ero felice.
Cazzo,non erano colpi di testa,erano colpi di lucidità.


Nel senso che il mio lavoro non lo amavo e lo sapevo,ma era anche vero,però,che grazie allo stipendio alla fine del mese mi compravo quello che volevo.
“…e non è poco…”mi sono sempre ripetuto.
Questo era sicuramente uno dei motivi x cui non era facile mollare.
Non era facile cambiare.


C’erano anche dei giorni in cui mi sentivo felice.
Anzi,posso dire che lo sono stato.
Passavo improvvisamente da un umore triste,brutto,a uno euforico,di gioia.
C’erano giorni in cui mi svegliavo felice,poi magari diventavo triste poi,dopo un po’,ero ancora felice.
Ero lunatico,meteoropatico.
Era come se passassi dal bagno con il mal di pancia a un salone da ballo bellissimo con luci stupende e iniziassi a danzare.
Il problema era che sia il bagno che il salone da ballo erano sul Titanic.
Felice,triste,felice,triste.
Ma il risultato non cambiava.
Ridendo e piangendo,sprofondavo comunque nell’esistenza giorno dopo giorno.
E quando qualcuno cercava di svegliarmi,rispondevo:”Ma cosa dici?Tutto sommato posso uscire a guardare il mare o posso stare al bar a bere o andarmene in cabina a dormire…di cosa devo lamentarmi?”
TI-TA-NIC!


Il mondo fuori è sempre stato la proiezione del mio mondo dentro.
Volevo dare delle carezze,ma siccome non le davo con la giusta velocità diventavano schiaffi.



Le donne sono come fiori:
se cerchi di aprirli con forza,i petali ti restano in mano e il fiore muore.
Perché solamente con il calore si schiudono.
E l’amore e la tenerezza insieme sono il sole x una donna.
Devo dire che nella vita le donne le ho trattate spesso come fiori,ma + che come il sole sono intervenuto nella loro crescita come il concime.



Non significa niente amare tanto o amare poco.
Si può solo amare o non amare.
La frase “L’ho amato tanto” è priva di senso come “è morto tanto”,attribuita a una persona che non c’è +.



L’amore quando è distruttivo non è amore.



Ci sono cose che non puoi spiegare,sono cose che puoi capire solo vivendole.


Tutto tornava sempre lì:l’incontro con me stesso.
Quel patto d’amore.
Il bottone giusto della camicia.
Mi ha convinto il fatto che non ero + solo.
Non potevo + ragionare come prima.
Dentro di me viveva un’altra persona con cui avevo finalmente instaurato in rapporto d’amore.
Una persona di cui io avevo la responsabilità.
Come fosse un bambino che mi avevano affidato.
E io,a questo bambino che avevo dentro,volevo far conoscere le cose belle del mondo.
Volevo fargli scoprire la vita.
Come potevo proporgli tutto quello schifo?
Se non avevo mai avuto la forza di farlo x me,da quel momento dovevo farlo x lui.


Se un oggetto a tiratura limitata acquista valore e lo si tratta con cura x paura di rovinarlo o danneggiarlo,una persona come dovrebbe trattarsi?
Unica al mondo da sempre e x sempre,nello spazio e nel tempo.


Guarito dalle ansie,guarito dalla paura di vivere,a braccetto con me stesso,non potevo che essere a favore della vita.


La mia vocina interiore mi diceva:
“Finchè sei in vita,provaci!”


Non sembravamo 2 persone che si erano incontrate,ma che si erano ritrovate.


Ormai avevo imparato che davanti alla morte non potevo fare niente ma davanti alla vita sì.
Finchè una persona c’è,voglio cercare di darle tutto ciò che ho,tutto ciò che mi è possibile.


Ho pensato che quando si incontra una persona,quell’incontro crea cose nuove.
Dà vita a pensieri,riflessioni,sentimenti,azioni,che appartengono solo alle 2 persone che si sono incontrate.


Devo vivere fino in fondo.
Amare fino in fondo.
Con tutte le forze che ho.
X non avere un giorno il peso di cose non vissute,non fatte e non dette.
Devo fare la mia parte.


E’ sempre stato così:
incontri qualcuno che non conosci e quel qualcuno,a differenza dei tuoi amici,ti conosce x ciò che sei.
X ciò che sei in quel momento.
Questa persona non è condizionata da chi eri o da cosa avevi fatto in passato.


Lei mi piaceva molto,ma soprattutto con lei mi piacevo molto.



Ogni istante era speciale.
Non aspettavo + giornate speciali e colorate,ma ero io a renderle speciali,ero io a colorarle.


Da questo momento mi tolgo ogni armatura,ogni protezione.
Con questo non ti sto dicendo “viviamo insieme”.
Ti sto dicendo “viviamo”.
Punto.
Mi piaci un casino e vorrei vedere se è vero.
Viviamola.
Punto.

mercoledì 7 dicembre 2016

Frasi dal libro "In silenzio nel tuo cuore" di Alice Ranucci

Io stavo sprofondando nel buco nero dentro me stessa.

Smise di piangere,di parlare,di urlare,ma fu peggio.
Fu come se volesse:non vale più la pena.
Mi voltò le spalle.
Non mi guardò più.

Perchè il mio mondo è come un giornale quotidiano.
Chi ha la storia migliore sta in prima pagina,
ma solo per quel giorno,pronto a essere rimpiazzato 24 ore dopo.

A certa gente piace fare l'eco e rimbombarti in testa.

E io seguivo i suoni come un cieco senza cane,
portata dall'istinto,ma non vedevo con chiarezza dove mi avrebbero condotto.

In realtà non mi dispiaceva affatto scrivere.
Era il mio modo per sciogliere quel groviglio di pensieri che tendevo a soffocare.

Chi ero io,in quella giungla?
Ero un topo fra le serpi o una serpe fra i topi?

Li osservò affrettarsi con distacco,come si può osservare il mondo,sapendo di non farne parte,
di appartenere a qualche altrove.

Gli altri parlavano,noi 2 non ascoltavamo.
Noi 2 eravamo solo sguardi.

Innamorata.
Perdutamente innamorata.
Il cuore a palla.
Un palpito leggero a scuotermi il petto.
Le mani tremanti.
Lo stomaco che sussulta.
Ero un merluzzo morto di fame che si imbatte in una briciola di pane in mezzo al mare.
Si sente fortunato,quel merluzzo.
Mica si chiede se in mezzo a quello strato soffice nel quale ora sprofonda i denti,
potrebbe essere nascosto qualche amo,
E perchè mai dovrebbe?

Quegli occhi pieni di speranza.
Colmi di delusione.

Le amicizie si costruiscono nel tempo e il tempo ci aveva divise,che vuoi fare.
O forse il tempo aveva diviso me da me stessa e basta.
Mi aveva frantumata in tanti pezzi che adesso non si potevano incollare.

Fu per non deludere gli altri,per essere della partita,per non sentirmi diversa,
per non sentirmi diversa.
Diversa e basta,
Senza neppure chiedermi se diversa volesse dire migliore o peggiore.

L'attesa del dolore è peggio del dolore stesso.

...l'incredulità nel vedere senza vita l'uomo che la vita l'aveva data a me.

Solo vuoto.
Ero invasa dal vuoto.

Perchè?
Non esisteva nessun'altra parola.
Perchè.

"Respira"mi ripetevo.
"Respira..puoi farcela...sai farlo!"
Troppo difficile.
L'aria restava fuori.
L'aria si teneva lontana da me.

Fu allora che,nel buio,salutai per sempre una parte di me stessa.

Erano passate 3 settimane,diceva il calendario.
Ma per me era un tempo astratto.
Un unico interminabile istante di dolore.
Mi rifiutavo di uscire dal mio letto,come se fuori di lì ci fosse il nulla.
La forza se n'era andata via.
Mi sembrava di impazzire,prigioniera dei miei stessi pensieri.

Ti voglio bene.
Sarebbe stato facile.
Eppure non ero mai riuscita a dirglielo.

Lui sedette sul bordo del mio letto.
Occupò un angolino,quasi avesse paura di irritarmi nell'avvicinarsi troppo.
Avrei voluto dirgli che a irritarmi era il contrario:
il fatto che non avesse mai fatto niente di diverso...osservarmi dal bordo di qualcosa,
da un angolino,senza avvicinarsi.

"Da quando esiste un io e te?"
"Da un mese. E da ora in poi"

Mi sembrò di non avere più niente da dirgli per il resto della vita.

Un mondo falso.
Un mondo superficiale.
Un mondo senz'anima.
Non diventare così!
Tu sei diversa!

Mi osservai allo specchio e non mi riconobbi.
Chi sono diventata?
No!
Non volevo più sentirmi una di loro.

E adesso con me non c'era nessuno.
Nessuno che fosse in grado di sorreggermi.
Nessuno che fosse in grado di camminare accanto a me.
Nessuno che io volessi.

Forse è questo che fa la rabbia.
Quella ruggine soffocata nello stomaco.
Esplodeva.

Le prese di posizione non sono mai invalicabili.
Sono muri a cui basta una parola,spesso,per crollare.
Nel mio caso,la parola Rodrigo era dinamite.
Faceva crollare le mie fortezze.

Tutto sembrava tornato alla normalità.
Anche se io ero morta dentro.

Come sempre.
Come ogni volta,in una situazione complicata.
Scappavano via.

Romania.
Dunque,la Romania non era solo un nome sentito distrattamente al telegiornale.
La Romania era anche questo ragazzo sperduto con un sogno distante,
una forte nostalgia e una bicicletta rotta,che adesso ascoltava incantato le sue musiche e guardava i suoi colori dentro un piccolo schermo sfocato.

Lo guardai negli occhi attentamente.
Quegli occhi avevano già visto la miseria,la sua terra che si allontanava.la sua vita disperdersi e finire tra le sbarre dell'incertezza.
Quegli occhi avevano pianto la morte,avevano raccolto la sofferenza e il dolore,
eppure ora mi fissavano trasparenti,sorridenti,sereni.
Mentre mi specchiavo,incantata,pensai che i miei,al confronto erano occhi vuoti.
Eppure,immersi com'erano nei suoi,si andavano colmando di qualcosa.
Rubavano un pò della sua vita.

Le urla escono solo con i sentimenti.
Solo quando ti sta a cuore qualcosa.
Altrimenti guardi scorrere la vita come una guerra in un paese distante.

E,riguardo a quella sera,forse mi sono ammaccato,ma tanto te ne sei andata comunque.
Ma sappi che io no,non me ne vado.
Per te ci sarò sempre.

Ragazzini vestiti da grandi.
Grandi vestiti da ragazzini.
Ci si perdeva in quella massa uniforme che sembrava riprodotta in serie.

"Non te la prendere per quello...sai com'è fatto!"
"Sì,è fatto così. Solo che io...non so più come sono fatta io"


Finalmente sola.
Sorrisi,nel guardare come estranei quei bicchieri.
Mi sentivo svuotata come loro.
La mia vita era un pozzo senz'acqua:niente madre,niente amici,niente scuola.
Scavavo.
Una talpa.
Da un baratro all'altro,più fondo ancora.
Colpa mia.
Di tutto.
Colpa mia.

Troppo dolore sulle spalle.
Il mondo senza più suoni nè colori.
E il desiderio di distruggere tutto attorno a me.
Attorno a me grigio,grigio e ancora grigio.
Il colore del vuoto.
Il colore della mia nuova vita.
Il mio colore.

Eravamo cavalli che giravano a vuoto con il paraocchi,capaci di fissare un punto solo.
Sarebbe bastato allentare un pò quella visiera per capire quanto fosse ottuso quel campo visivo.

E adesso mi pareva che il dolore,scorticandomi la pelle,l'avesse resa vulnerabile a tutte le emozioni che sentivo intorno a me.
Un oceano infinito di emozioni.
E ognuno era un granello di sabbia che saliva dal fondo e rotolava proprio su di me.
facendomi bruciare la pelle e sobbalzare.

Non so quello che vuoi fare tu ma so quello che farò io.

Del resto,cos'è la vita se non un foglio bianco da riempire?

Si appoggiò di nuovo le cuffie alle orecchie e si rinchiuse nella sua musica.
Come se da una porta che aveva spalancato troppo in fretta fosse entrato un eccesso di corrente e ora,
per ripararsi,l'avesse nuovamente chiusa.
Troppo gelo.
Troppo rumore.
Troppi pericoli.
Le cuffie rappresentavano la sua armatura per difendersi dal mondo.

E così quella sera,mentre lui tornava in una stanza non sua,
in una casa famiglia che di casa e di famiglia non aveva niente,
io mi sentii viziata e sconfitta.
Tornavo sotto il mio tetto accogliente,nella mia camera bella ed elegante.
Eppure non riuscivo a sentirmi più fortunata di lui.
Ecco perchè mamma mi aveva mandata lì.
Tanto lo sapevo.
Sapevo che stava ancora lì a guardarmi e non avrebbe mai smesso.
Speravo che da qualche parte,dove si trovava ora,avrebbe ancora potuto essere fiera di me.

Forse c'è per tutti quel momento in cui,tra un passo e l'altro,ci rendiamo conto di essere in equilibrio su di un filo.
E ci viene paura di cadere,finchè il passo successivo non ha la certezza di appoggiarsi a qualcosa di concreto.

Loro di pensieri ne avevano pochi,per quello riuscivano per osmosi a trasmettermi il nulla.

Coprire il modo di essere col modo di fare.

Un pò m'inteneriva.
Un pò mi faceva pena.
Ma come avrei potuto mai salvarla da se stessa?

"Secondo te,se 2 fratelli per tanto tempo non si vedono.Poi si vedono dopo tipo 40 anni,si possono riconoscere?"
"Ne sono sicura!2 fratelli si riconosceranno sempre!"

"La Romania non è così lontana.Chi ti ha detto che non ci tornerai prima di 40 anni?"
"Se hai i soldi non è lontana.Ma se non ne hai,credimi,può sembrare irraggiungibile"
In quel momento pensai che una cosa che avevo dato sempre per scontata,i soldi,poteva cambiare anche i confini del mondo.

"Io voglio una famiglia con lei.
Lei è l'unica con cui posso immaginare una famiglia mia.
Il mio futuro."
"La ami?"
"Più della mia vita"


Non puoi mai dire nella vita:
da tutto hai niente e da niente hai tutto.

"Perchè non vai a casa?"
"Perchè non ho una casa"
"Non scherzare su queste cose,ragazzina,non con me!"
"Hai ragione,ce l'ho una casa.E'una famiglia che non ho più.Se l'avessi starei qui,adesso?"

Mi aveva aiutato a capire che nel mio nulla c'erano cose che non ero riuscita a vedere.

Capii che per aiutarlo,per aiutarci,sarebbe bastato parlare.

La gente,quando piove,tira fuori il peggio di sè.
Tutti irritati,frustrati,ostili,ansiosi,frettolosi.
Ad affidare ai clacsono striduli e aggressivi le loro voci,i loro umori.

Radici così aggrovigliate che districarle,pensai,sarebbe stato impossibile per me.
Ma ci avrei provato.

Non torno perchè sono sola.
Sola lo sono sempre stata.
Torno perchè mi sono resa conto di quanto sia sola tu.

I "non posso" si trasformarono lentamente in "come".

"Mi spiace che tua mamma se ne sia andata"
"Mamma non se n'è andata da nessuna parte.Mamma è morta!"
Mia madre era morta.
E non l'avrei rivista mai più.
Eppure non se n'era andata.
Lei non lo avrebbe mai fatto.
Mia madre era con me.

Mi sono trasformata in una palla che sarebbe rimbalzata su tutti.
O che tutti avrebbero fatto rimbalzare altrove.

Devi smettere ci circondarti di persone così vuote,così distanti da te.

Parole come punte di coltello.
Entrarono.
Scavarono.
Ferirono.

Rimasero a risuonarmi dentro come un grido di dolore.

Mi stava sempre accanto.
Appiccicata addosso come e non esistesse porto sicuro al di fuori di me.

Ci alzammo e piano piano ,ondeggiando,cominciammo a camminare.
A fissare i palazzi,le finestre con i vasi di fiori.
Tutto,tranne che gli occhi dell'altro.

Quel bacio stava là,tra i momenti che dovevano accadere prima o poi.

"Ciao,piccolo mostro!"
Rimasi sotto casa a godermi quegli attimi.
Era dalle medie che nessuno mi chiamava così.
E avevo sofferto da morire.
Che stupida che ero stata:
di fatto,i veri mostri,non sempre sono brutti.

Il mio tempo lo passavo diversamente ora.
Aveva valore,ora.

Guardai il vuoto e mi parve di toccarlo con le mani.

Rimasero a fissarsi senza dire niente.
Occhi negli occhi.
Estranei al mondo.
Incantati l'uno dall'altro.
Poi si abbracciarono.
Senza respiro.
Stretti fin quasi a rimuovere in un istante tutto lo spazio che fino ad allora li aveva separati.
Si fusero l'uno dell'altro.
Diventarono una sagoma sola.

Te l'avevo promesso,no?
Di dirti tutto quello che non ti avevo mai detto.
Di spiegarti il mio dolore muto.
Beh,eccole qui: sono le mie parole del silenzio.
Parlano per te.

Ogni persona ha dentro un abisso.