lunedì 11 maggio 2026

"Nella testa succedono cose brutte" GionnyScandal


 LA TRAMA:
Quando Gionata apre gli occhi, vede soltanto un tubo bianco e luminoso appeso al soffitto. Ha bisogno di alcuni secondi per mettere a fuoco tutto il resto...la stanza di ospedale, la flebo al braccio, per comprendere il motivo per cui si trova lì e per rendersi conto di essere ancora vivo. Il racconto di Gionata, in arte GionnyScandal, parte da qui, dalla decisione di porre fine una volta per tutte al suo dolore, dal gesto estremo e drammatico compiuto quando tutto sembra aver perso un senso e una direzione. Ma parte anche dalla corsa di un amico per salvarlo, dall’affetto di chi gli sta accanto, dalla voglia di vivere che torna ad abitare i suoi pensieri dopo il dramma; dal bisogno di fare i conti con il proprio passato per andare avanti e affrontare il futuro. E così, una volta fuori dall’ospedale, Gionata decide di attraversare il buio per comprendere l’origine della sua sofferenza. Per farlo, dovrà guardare in faccia i fantasmi del passato, la morte dei suoi genitori adottivi, la scomparsa della sua amatissima nonna, e mettersi sulle tracce dei suoi genitori biologici di cui non ha mai saputo nulla. E in questo percorso imparerà a conoscere davvero se stesso, forse a fare pace con la sua storia. A mettere ancora una volta la speranza e la bellezza al centro del suo mondo e della sua musica.


IL MIO GIUDIZIO:
Fino a poche settimane fa, non avevo idea di chi fosse GionnyScandal. L'ho scoperto perché ha preso parte all'ultima edizioni del Grande Fratello Vip, pur abbandonando volontariamente la trasmissione dopo qualche giorno per motivi personali.

 Inizialmente, pensavo fosse un ragazzo uscito da qualche talent show, tipo "Amici" o "X Factor" ma, in realtà, nonostante il giovane aspetto, ha quasi 35 anni e (mea culpa che non seguo il rap), è famoso da oltre 15 anni. 

Mi ha subito conquistato per la sua educazione, per la sua gentilezza e per la sua estrema sensibilità: uno dei motivi per cui ha deciso di lasciare il programma anzitempo è stato perché soffriva terribilmente la mancanza della sua fidanzata, degli amici e anche del suo gatto. Oltre al fatto che, lo stare chiuso in una casa h24, lo portava ad un overthinking, una ruminazione mentale, che gli causava ansia e stress. Prima che lasciasse la casa, però, gli è stata dedicata una clip riepilogativa sulla vita e ne è emersa la figura di un ragazzo duramente segnato da dolori devastanti che, con resilienza e nonostante tutte le sue fragilità, ha saputo rialzarsi e andare avanti, trasformando la sua sofferenza in un valore aggiunto. Onestamente, pur comprendendo benissimo le sue motivazioni, mi è dispiaciuto che se ne sia andato, avrei voluto conoscerlo più a fondo, perciò mi sono andata ad ascoltare alcune sue canzoni e, avendo scoperto che aveva anche scritto due libri autobiografici, ho deciso di leggerne uno. 

Gionny, il cui vero nome è Gionata, nasce a Pisticci, in Basilicata, il 27 Settembre 1991 e, poco dopo la sua nascita, dato che i suoi genitori naturali non sono in grado di prendersi cura di lui in maniera adeguata, viene dichiarato adottabile e trasferito in un orfanotrofio.

Quando ha un anno e mezzo viene adottato da una coppia della Brianza e si trasferisce a Meda. Su sua stessa ammissione, Gionny non ha ricordi del periodo trascorso in istituto e scoprirà di essere stato adottato solo intorno ai 15 anni. 

Quando ha appena 5 anni, perde suo padre in seguito a una malattia, mentre sia mamma gli muore praticamente davanti agli occhi quando ha 11 anni. Viene cresciuto con amore e dedizione da sua nonna (materna, credo), nonna Adriana, che diventa il suo punto di riferimento. Sua nonna viene a mancare quando Gionny ha appena 20 anni, appena mezz'ora dopo che è uscito un disco contenente una canzone che lui le aveva dedicato, per ringraziarla di tutto ciò che aveva fatto per lui ma anche per scusarsi per aver avuto, talvolta, delle reazioni eccessive nei suoi confronti,date dalla rabbia che si portava dentro e che non sapeva incanalare.

Trovatosi completamente solo, Gionny va a vivere con i suoi zii ma, sia per non pesare su di loro, sia per avere la sua privacy, si stabilisce in una sorta di ufficio che trasforma in un monolocale.
 Successivamente, grazie all'intervento di Veronica Ruggeri de "Le iene", riesce a rintracciare e incontrare i suoi genitori naturali ma, dopo, un entusiasmo iniziale, tutto si risolve in un niente di fatto in quanto si rivelano più interessati al suo conto in banca che non a lui (questo, a onor del vero, non lo dice nel libro ma lo aveva raccontato al GF, rispondendo a una domanda di Ilary Blasi).

Con la sincerità e la schiettezza che lo contraddistingue, Gionny parla anche di un altro momento di estrema sofferenza, ovvero del suo tentativo di suicidio in seguito a una delusione lavorativa. L'amore che gli hanno dimostrato le persone intorno a lui in quel frangente (i suoi amici e i suoi fans, la sua Family, come li chiama lui) e la presa coscienza della gravità del gesto, dopo aver toccato il fondo, gli hanno dato la spinta per risalire.

Sullo sfondo, ma sempre protagonista, nella vita di Gionny c'è la musica che, come una carezza amorevole, è la sua ancora di salvezza, il centro della sua esistenza.
E questo è il bello di Gionata, ciò he si miei occhi lo rende un'anima pura e luminosa: nonostante tutte le prove a cui il destino lo ha messo di fronte, nonostante abbia visto le persone a lui più care cadere come birilli, nonostante tutta la sofferenza che si è trovato, in estrema solitudine, ad affrontare, non si è incattivito. Anzi: come dicevo prima, ha saputo trasformare la sofferenza in un valore aggiunto cercando, attraverso il suo vissuto e attraverso la sua musica di mettersi a disposizione degli altri. Di chi, come lui, si sente un "enigma senza soluzione", di chi affronta il presente pieno di ansie e di panico, di chi è convinto di essere un peso per se stesso e per gli altri ma, allo stesso tempo, ha il costante terrore di venire abbandonato e si sente alieno nella sua stessa vita.

Se penso a Gionny, mi viene in mente il romanzo di Sandro Veronesi, "Il colibrì": anche lui, come il piccolo colibrì, ha la capacità di resistere e di restare in equilibrio tra lutti e duri colpi del destino.
Per questo motivo mi sarebbe piaciuto che fosse rimasto al Grande Fratello: col suo vissuto e con la sua meravigliosa fragilità ed empatia, avrebbe avuto tanto da dire e dare...e la sua presenza sarebbe stata sicuramente più costruttiva del vedere la Mussolini che si accapigliar con Antonella Elia, per dire.

Mentre era in Basilicata con la troupe de "Le iene" alla ricerca dei suoi genitori naturali, ha raccontato di avere incontrato una signora che gli augurato non tanto di riuscire a trovarli, quanto di essere sereno.
Lui le ha risposto che è difficile esserlo se, da quando si è nati, non si è respirato altro che aria di tragedia. Ed invece è proprio questo che, pur non conoscendolo personalmente, mi sento di augurargli: tanta serenità, quella quiete interna che scalda il cuore. Se la merita tutta. Perché Gionny, o Gionata, è un ragazzo buono a cui è impossibile non volere bene.



IL MIO VOTO:
Un ragazzo duramente segnato dalla vita che, invece di lasciarsi imbruttire dal dolore, è riuscito a trasformare la sua sofferenza e la sua fragilità in un valore aggiunto, mettendosi a disposizione degli altri e che ha trovato nella musica il senso della sua esistenza e il suo mezzo di comunicazione. Una storia di resilienza e di un'anima bella che merita di essere conosciuta e ascoltata. La storia di GionnyScandal.




LO SCRITTORE:



Frasi dal libro "Nella testa succedono cose brutte" di GionnyScandal

Qualcosa batte dentro di me e non so se è vita, paura o cos'altro.

Sono un fragile enigma senza soluzione.

I miei gatti vivono fuori dal tempo, un po' come me. Seguono i miei ritmi: se dormo, dormono anche loro, se sono sveglio mi fanno compagnia. Sono creature in perfetta sintonia con chi si prende cura di loro. Nel mio caso, però, sono più loro a prendersi cura di me.

Ci sono giorni in cui mi sento nudo e non riesco a incrociare lo sguardo delle persone. Qualcuno la chiama timidezza, io la sento più come una fragilità che va e viene e che non sempre riesco a controllare.

A volte vorrei poter andare dove voglio e non essere visto, vorrei essere ignorato come io ignoro gli altri, perché mi sento spogliato da persone che sanno quasi tutto di me ma che io non conosco. È un po' come sapere di essere spiato dal buco della serratura.

Col tempo ho imparato a stare nel mio e a non correre dietro a nessuno. Come dentro a uno guscio.

Mi chiedo cosa ne sarebbe di me senza il vortice di pensieri continui che si formano nella mia testa, perché a volte faccio fatica a sostenerli. Tutto diventa paranoia, un labirinto attorcigliato su se stesso.

Sono uno che mangia poco e male. Non riesco a cucinare niente, non so se sia scarso amore per me stesso o cosa. Cucinavo a volte per la nonna e quello era per me un vero e proprio atto di amore. Anche se non sono mai riuscito a ricambiare tutto ciò che mi ha dato lei, preparandomi l'impossibile.

Mi piace avere la mia indipendenza, il mio silenzio, il mio giardino, il mio ingresso e contemporaneamente qualcuno vicino a cui voglio bene e a cui chiedere aiuto quando ne ho bisogno. Perché sono solo.

Il maniglione antipanico sembra quasi un monito. Io che con il panico mi ci rapporto ogni giorno.

Vado a periodi con lo stile ma cerco sempre di vestirmi come voglio senza farmi troppo influenzare dalle mode del momento.

I ragazzi che ti seguono, ti copiano in tutto e questo è fico anche se è spersonalizzante. Mi piace credere che ognuno possa seguire la propria star senza volersi immedesimare completamente imitandola in tutto. Mi piace credere che al centro ci sia sempre e solo la musica e che questa sia davvero qualcosa di trasversale che unisce più culture, età e classi sociali.

Quando mi chiedono dei miei tatuaggi rispondo che questi disegni hanno un significato per me, sono la scrittura sulla pelle di qualcosa che stavo vivendo in quel periodo o che meritava di essere ricordato per sempre.

Spesso i miei pezzi nascono così, all'improvviso, spuntano dal marasma del nulla silenzioso, dal caos che ho intorno o dentro di me.

Mi piace pensare che la nascita di una canzone appartenga sempre a più universi che si baciano.

Scrivere una canzone è l'urgenza di dire ciò che penso e sento come se avessi una persona davanti. Qualcuno di specifico oppure no,  un essere senza volto a cui penso potrebbe piacere sentirsi dire certe cose.

Penso che quando sentiamo una canzone tutti noi, inevitabilmente, abbiamo in mente qualcuno. Perché le canzoni sono luoghi, sono odori, sono stagioni, sono case, sentimenti e momenti brevissimi che scappano via. La musica attiva i ricordi, rimpolpa la memoria, ricostruisce i legami o ne crea di nuovi.

Con gli sconosciuti ci si confessa più facilmente, abbiamo meno paura del giudizio, oppure sappiamo che poi quello sparirà e quindi chi se ne frega.

Una canzone, una volta che l'hai buttata fuori è per sempre. Altro che diamante!

Credo che ogni artista sia il prodotto di tutte le esperienze che ha vissuto.

Tutto quello che mi ha dato questa vita, l'amore dei miei genitori e dei nonni, e che poi mi ha tolto, lasciandomi solo con la mia musica, mi ha segnato.

Penso a come sarebbe stata la mia vita se fossi diventato grande nel luogo dove sono nato, mi chiedo se avrei fatto le stesse cose e lo stesso percorso, se avrei avuto le stesse possibilità. Mi chiedo quanto la geografia sia un destino per uno come me.

Sono molto emotivo e il crollo, con me, è sempre dietro l'angolo.

La mia paura più grande, da sempre e per sempre, è che le persone e le cose belle si allontanino da me, mi abbandonino. Pochi segnali e vado nel pallone, respiro corto, testa che mi gira, dolore al petto, senso di soffocamento e panico totale. Per questo amo avere sempre tutto sotto controllo.

Questo sistema non ti perdona niente, non è pronto a sostenerti quando inciampi né crede in te quando ne hai più bisogno.

È bello quando incontri persone che, da subito, entrano in sintonia con te; è bello quando c'è questa fiducia reciproca, quando si sgobba insieme e si festeggiano i successi, quando qualcuno crede in te.

Sentivo che se avessi fatto quella cosa lì (musica), mi sarei tranquillizzato, avrei trovato una strada tutta mia, un modo per sfogarmi, per rielaborare le mie tristezze, per comunicare tutto quello che non riuscivo a dire con le parole. Forse sarebbe stato anche un modo per avere amore, per dare amore come non avevo mai saputo fare.

Penso che i sogni che raggiungiamo troppo facilmente poi perdono valore, ci abituiamo, diventano cose di poco conto. È quando facciamo fatica, quando dobbiamo combattere e cadere mille volte, che proviamo la vera soddisfazione nel rialzarci e nel raggiungerli.

A volte mi emozionavo al punto da piangere, provavo una felicità nel cuore e un'eccezione che è difficile spiegare: il suono fa vibrare il tuo cervello e tutto il corpo, ti penetra dentro e ti cambia i pensieri.

Le mie canzoni più belle sono nate nei momenti più bui, in una sorta di autoterapia, perché in quei momenti di dolore estremo non sento nessuna pressione esterna, nessun giudizio, perché non me ne frega niente di ciò che sono e che sarò, scrivo in automatico e basta. Ed è come incidere la pelle per fare uscire fuori il male.

La vita di coloro a cui ho voluto bene è sempre stata troppo breve.

Forse non sono nato per essere felice o, se lo sono stato, non sono mai riuscito a esserlo per più di 12 secondi di fila.

Mi alzo ogni giorno della mia schifo di vita, cercando di usare tutte le poche forze rimaste per rinascere e fare qualcosa di positivo, ma ora non ci riesco più, non riesco più a rialzarmi, non riesco più a sognare, non riesco più a combattere. Credo che il mondo e tutte le persone all'interno non siano fatte per me. Penso invece il contrario degli animali: loro ti vogliono bene incondizionatamente da chi sei, cosa fai e come stai.

La verità è che nessuno è mai riuscito a capire come sto veramente. La verità è che tutti mi hanno sempre guardato fuori e nessuno mi ha guardato dentro.

Sono solo un peso, un disturbo per me è per gli altri.

Dormire, voglio solo dormire. Sono sicuro che poi starò meglio.

L'unico pensiero che ho è che non mi dispiace andarmene, anche se non ho idea del dove.

Mi sento piccolo e impotente e ho una paura fottuta. Di quello che c'è là fuori, del futuro, di me. Coraggio, Gionny, è adesso che devi essere forte!

A un certo punto le persone della mia famiglia si addormentavano e decidevano di andare da qualcuno altro, sempre della famiglia, che se n'era già andato. Non avevo ancora capito dove, però. La cosa certa era che se ne andavano lontano da me. Sono rimasto in silenzio con la paura che presto sarebbe toccato a tutti. È così che succede: in giorno ti metti in una posizione strana, sembra che tu dorma ma in realtà stai già andando da qualcuno che non è più qua.

Sono uscito da quella porta da perdente e voglio ritornare da vincitore.

Rivivere quei momenti attraverso i ricordi felici mi mantiene salda l'identità e definisce meglio il mio passato, riuscendo in questo modo a tenere con me gli affetti iho perduto.

I luoghi sono impregnati di ricordi, di gesti, di odori, di sguardi. Ritornarci è come rivivere certe emozioni che non se ne sono mai andate del tutto.

Spesso, quando siamo felici non ci facciamo caso, ce ne rendiamo conto solo quando quel momento è passato e ci rimane la nostalgia. Ecco, io sono uno che si strugge per i ricordi belli, mi piace proprio sguazzarci dentro.

Il vuoto era un compagno costante, un'ombra che mi seguiva ovunque andassi. Mi colpiva all'improvviso, come una tempesta feroce che oscurava tutto: la mia testa, il mio sguardo, il mio futuro. Era un dolore profondo, che mi faceva sentire la sua mancanza in ogni fibra del mio essere. A volte diventava una morsa al petto, respiro corto, dolore e poi terrore.

Volevo che il dolore si trasformasse in un amore eterno, una connessione che superasse i confini della vita e della morte. La nonna è diventata la mia guida invisibile, il faro che illuminava il mio cammino anche nelle notti più buie.

Quanto siamo stupidi quando ci accorgiamo dei tesori che avevamo solo dopo averli persi.

Forse è proprio in questa incertezza che risiede la vera essenza della nostra esistenza: vivere con il mistero, abbracciare la bellezza del dubbio e trovare un senso personale in questo intricato tessuto dell'Universo.

Quando raggiungi il fondo, non puoi che renderti conto della profondità e della temperatura dell'acqua. Arrivi alla fine, i tuoi piedi toccano terra e hai due possibilità: restare lì e farti annientare dall'acqua o darti una spinta verso la superficie. Non so dove ho trovato la forza, ma questa spinta me la sono data.

Mi sono sentito senza forze, senza speranza e solo, ma qualcosa dentro di me si è ribellato e ha rifiutato di accettare la disperazione come destino.

Non avevamo più un'etichetta discografica, non avevamo più un manager, ma avevamo la musica.

...preoccupandoci solo del presente, qui e ora, vivendo soltanto l'attimo. Nota per nota.

La passione e l'amore per l'arte sono forze trainanti, anche quando tutto sembra crollare intorno a te. La musica è la mia vita d'uscita, il modo in cui racconto la mia storia e condivido le emozioni che altrimenti rimarrebbero imprigionate dentro di me.

Credo che il mio percorso dovesse continuare, guidato dalla musica, nella speranza che un giorno potessi trovare le risposte che cercavo e che la mia storia potesse servire a qualcuno e ispirare chiunque si trovi ad affrontare le proprie battaglie interiori.

La vita è un viaggio complesso, fatto di alti e bassi, ma la musica rimane la costante che mi tiene saldo e mi spinge ad andare avanti.

A volte temo di parlare di una cosa prima 

 che accada, perché penso che se sta per succedere una cosa bella, il fatto di parlarne a qualcuno possa rovinare tutto. 

È come se la mia paura attirasse la sfiga. Secondo una legge, se pensi che possa succedere qualcosa di brutto, questo succederà. Però penso anche che quando accade qualcosa di brutto spesso è per fare succedere poi qualcosa di veramente bello. Almeno io voglio credere che sia così.

Penso che ogni esperienza ci cambi, e se adesso io sono quello che sono, è grazie a ciò che ho vissuto e ci dovevo necessariamente passare.

Va bene anche stare male, purché ci sia spazio per un dopo.

Mi augurano con tutto il cuore di trovare chi cerco, soprattutto, mi dice una signora visibilmente commossa, di stare sereno. Vorrei dirle che io sereno non lo sono mai stato, sono venuto al mondo e la prima cosa che ho respirato è stata un'aria di tragedia.

Penso a quante volte mi sono incazzato con mia mamma per avermi messo al mondo, una madre che per me è sempre stata un'identità quasi astratta più che una persona, senza una faccia da guardare, senza occhi colmi di amore per un figlio eleo stessa aveva generato, senza braccia che mi potessero tenere, senza un corpo che mi potesse dare calore. Senza voce per potermi dire "ti amo".

Quando ci pentiamo per qualcosa che abbiamo o non abbiamo fatto, dovremmo solo pensare che è una fortuna poterlo raccontare. Perché significa che siamo ancora qui, vivi.

Rimorsi o rimpianti va bene, tanto sono convinto che se potessimo tornare indietro, senza il senno di poi, ciascuno rifarebbe le stesse cose.

La colpa è una scure che ti accompagna per tutta la vita ma un perdono può alleviare il dolore e può rendere le giornate migliori.

Ho nuotato per tantissime tempo in un oceano di rancore e di rabbia. Ho sofferto per qualcosa che non ho chiesto, per essere stato messo al mondo, ho stramaledetto chi aveva deciso di farmi nascere e poi farmi vivere così. Poi ho capito che il destino è qualcosa di inspiegabile a cui non si sfugge, e che se oggi sono diventato GionnyScandal lo devo anche alla mia storia. Ci sono dovuto passare attraverso, con lacrime e sudore, a questa vita fatta di perdite.

Ho ritrovato qualcuno che avevo perso, qualcuno che era sempre stato qui con me e che non mi voleva. Gionny ha ritrovato Gionata e ora sono la stessa persona. Gionata non vuole più vedere Gionny a terra, adesso forse potranno camminare tenendosi per mano.

Qualcosa è cambiato per sempre. Qualcosa che bruciava dentro ora si è spento e non fare più male.

In pochi istanti tutto è archiviato nel passato, ora vorrei solo che questo passato mi desse una spinta per affrontare il futuro.

Pensare che io, che sono un'anima in pena da sempre, e che ho fatto mille cazzate, possa esservi stato di aiuto con la mia musica e con le mie parole, mi ripaga di tutto.

Io ci ho sempre creduto anche se crederci, a volte, fa molta paura.

Gli direi di non aspettarsi che le persone facciano per te quello che tu fai per loro. E questo causa infelicità perché crea aspettative che poi non vengono soddisfatte. Quindi, prima cosa non aspettarsi niente, seconda cosa fare del bene a chi vuoi bene e sai che lo farebbe a te. Terzo, smetterla di rincorrere le persone: chi ti vuole bene ti rimane vicino, e poi cercare di tenerle non serve a nulla, come anche provare a cambiare per loro.

Non andare sempre alla ricerca di un perché. A volte le cose succedono alla cazzo e non ci puoi fare niente.

A chi sta passando un brutto momento, a chi è arrivato al limite vorrei dire che c'è sempre una porta illuminata, ma che bisogna cercarla dentro e fuori di sé. Non state seduti, alzatevi e andate verso la porta illuminata, passateci attraverso, anche se fa male.

Sentitevi liberi di dire "ti amo" e "ti voglio bene", di chiedere scusa quando ne avete bisogno, non rimandare. Perché i rimpianti restano, ma le persone se ne vanno.

Nella testa succederanno sempre cose brutte ma possiamo superarle.

Mi auguro e vi auguro di trovare sempre un filo di speranza a cui aggrapparvi, perché poi, superato il brutto momento, possono succedere cose meravigliose.


domenica 5 aprile 2026

"Quel che affidiamo al vento" Laura Imai Messina (2020)


 

LA TRAMA:
Sul fianco scosceso di Kujirayama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia. In mezzo è installata una cabina, al cui interno riposa un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell'aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent'anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami spazzò via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le sottrasse la gioia di essere al mondo. Venuta per caso a conoscenza di quel luogo surreale, Yui va a visitarlo e a Bell Gardia incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Per rimarginare la vita serve coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto prudente di sé. E ora che quel luogo prezioso rischia di esserle portato via dall'uragano, Yui decide di affrontare il vento, quello che scuote la terra così come quello che solleva le voci di chi non c'è più. E poi? E poi Yui lo avrebbe presto scoperto. Che è un vero miracolo l'amore. Anche il secondo, anche quello che arriva per sbaglio. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene.



IL MIO GIUDIZIO:
"Quel che affidiamo al vento" è un'opera dell'autrice italogiapponese Laura Imai Messina, nata a Roma ma adesso residente in pianta stabile sul territorio nipponico.

Questo romanzo, pubblicato nel 2020, lo avevo scaricato sul Kindle da diversi anni però, per un motivo o per un altro, non lo avevo ancora letto. Ma stavolta ho sentito che mi "chiamava", a dimostrazione del fatto che, come dico sempre, sono i libri a scegliere noi e non viceversa. 

Sin dalle prime pagine, sono stata rapita dlla scrittura avvolgente, coinvolgente e delicata della Imai che, per stile e ambientazione, mi ricorda un po' la Banana Yoshimoto degli anni '90. Ogni tanto, però, così come mi era successo con "Venuto al mondo" della Mazzantini, ho avuto il bisogno di prendere una pausa, in quanto gli argomenti trattati sono piuttosto strazianti e di un notevole impatto emotivo. 

Il fulcro della narrazione è il terribile tsunami che sconvolse il Giappone, l'11 Marzo 2011, causando quasi 16000 morti e oltre 2500 dispersi.

Ai piedi del Kujirayama, la Montagna della Balena, nei pressi della città di Otsuchi (una delle più colpite dal sisma) vi è un vasto giardino chiamato Bell Gardia, nel quale è stata installata una cabina telefonica con all'interno un semplice telefono che, ovviamente, non è collegato a nessuna rete, le cui parole si perdono semplicemente nell'aria. Proprio per questo motivo è conosciuto come "Il telefono del vento". Qui, molte persone giungono in pellegrinaggio, soprattutto da dopo la tragedia del sisma, per inviare un messaggio ai propri cari defunti, lasciando che il vento lo trasporti fino a loro nell'altra dimensione, in un forte atto di fede, allo stesso tempo doloroso ma liberatorio.

Quando, in quella zona, viene preannunciato un terribile uragano, Yui, la protagonista del libro, si mette in viaggio per cercare di porre in sicurezza il  Telefono del vento. ancorandolo con corde, chiodi e teli, affinché non venga distrutto dalle intemperie. 

Yui è una speaker radiofonica di 30 anni che, nello tsunami del 2011, ha perso tutto, sia a livello materiale che emotivo, poiché il sisma le ha portato via la madre e una figlia di soli 3 anni. Venuta  casualmente a conoscenza del Telefono del vento grazie a un ascoltatore della sua trasmissione, ha iniziato a recarsi lì una volta al mese, affrontando ogni volta un viaggio di 16 ore, fra andata e ritorno. Per questo non esita un attimo a rischiare la sua incolumità pur di salvare la cabina che collega la Terra al Regno delle anime. Nonostante non abbia mai avuto il coraggio di entrarvi dentro per "parlare" con sua madre e sua figlia, a Bell Gardia è riuscita a ritrovare un po' di pace, semplicemente passeggiando per il giardino o confrontandosi con gli altri visitatori. E poi, proprio lì, ha fatto un incontro che ha dato un nuovo senso alla sua vita. Perché, come recita la sinossi dell' opera, "quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene".



IL MIO VOTO: 
Un romanzo al tempo stesso dolce e straziante che mostra come la vita possa togliere tanto ma, in egual misura, restituire. Da leggere piano piano, perché certi passaggi vanno metabolizzati ma assolutamente da leggere.


LA SCRITTRICE:





Frasi dal libro "Quel che affidiamo al vento" di Laura Imai Messina

 Se il mondo cadeva, si disse, lei sarebbe caduta con lui; ma se vi era anche una sola possibilità di tenerlo in piedi, magari pure in un goffo equilibrio, avrebbe speso ogni granello residuo di energia per aiutarlo.

Gli oggetti materiali conoscono riparo e sostituzione ma il corpo non si ripara e quando si spezza è per sempre.

A volte piangeva, a volte rideva, che la vita sa essere buffa anche quando capita una tragedia.

Da bambini, la felicità la si percepisce come una cosa. Un trenino che spunta da una cesta, la pellicola che avvolge una fetta di torta. O magari anche una fotografia che li ritrae al centro della scena, dove non ci sono occhi che per loro. Da grandi si fa tutto più complicato. La felicità è il successo, il lavoro, un uomo o una donna, tutte cose sfumate, laboriose. Quando c'è, e anche quando non c'è, diventa soprattutto questo: una parola.

Sì smarriva nei libri, nelle storie degli altri che fin da bambina le parevano tutte, senza eccezione, migliore della propria. La affascinava ascoltare le vite degli altri, perdersi nei loro racconti.

Anche se passa del tempo, il ricordo di chi abbiamo amato non invecchia. Invecchiamo solo noi.

Sorridi col cuore e non solo con le labbra.

"Vorrei capire come si fa a rendere felici i bambini di essere al mondo."
"Ah, ma quello nessuno lo sa!"

Certe cose complesse come la felicità, più che le parole, le può insegnare l'esempio e la gioia di vivere serve possederla in abbondanza per poterla consegnare a qualcun altro.

I sentimenti possono farsi materia e spesso si incastrano in gola.

Di chi non si sa nulla, non c'è niente da dire.

Un uomo bastava tacerlo per eliminarlo per sempre. Per questo serviva ricordare le storie, parlare con le persone, parlare delle persone. Ascoltare le persone. Anche dialogare con i morti, se fosse servito.

Sì domandò se quei morti richiamati alla vita di qua, in quella di là non si tenessero invece per mano, se non finissero per fare conoscenza tra loro, e dare vita a storie che i vivi ignoravano completamente.

"Valuta le cose con calma e poi decidi, mi fido di te"
"Ma sono io che non mi fido di me"

Forse, pensò, è il dolore che approfondisce e vite 

Entrambi sentirono di essersi in qualche modo trovati, come due oggetti per caso avvinghiata sul fondo di una borsa piena di cose.

A parlare con chi non c'è più non si fa nulla di male. Bastava accettare che le mani non toccassero nulla, che lo sforzo di memoria fosse tale da riempire le falle, che la gioia di amare si concentrassero non nel ricevere ma solo nel dare.

Domani, per principio,  non è una cosa che c'è.

Il momento in cui si incontravano, iniziò ad apparire a entrambi non come il raccogliersi di due sconosciuti in un punto del mondo per poi raggiungerne un altro, bensì come un ritorno. Era lui che tornava a lei. Era lei che tornava a lui.

Sì rimane genitori anche quando i figli non ci sono più.

Quante cose mette a posto un abbraccio; rimette in sesto anche le ossa.

"Finge di dormire per farsi abbracciare"
"Da sveglia non gli accetta?"
"Sì ma è un po' schiva, come si vergognasse di averne bisogno"

Pensò a quanto spesso, nella realtà, banalità e verità coincidessero.

Convennero che le cose che finiscono per mancare maggiormente delle persone quando se ne vanno, sono proprio le loro fissazioni, le cose ridicole, le cose moleste. Chissà, forse è proprio perché si è faticato all'inizio ad accettarle e non te le dimentichi facilmente.

È come se ogni volta che ti fanno innervosire per qualcosa, tu cercassi di bilanciare con le cose positive che ha quella persona. È un po' come ripetersi ogni volta: io questa persona la amo perché...

L'amore è come la terapia: funziona solo quando ci credi.

Era convinta che prima di morire sia madre si fosse presa il suo intestino e sua figlia un polmone. Per questo, per quanta felicità le si fosse mai posata addosso, avrebbe sempre mangiato e respirato a fatica.

L'abitudine aggiusta ogni cosa, ci si abitua a tutto.

La vita peggiora a stare vicino a qualcosa che si odia così: ci si consuma e non ne vale la pena.

Chiunque abbia vissuto un grande lutto, si domanda a un certo punto cosa sia più difficile tra l'imparare e il disimparare. Adesso era sicura che era il disimparare a creare più resistenza.

Rimaneva aggrappata alla cosa più forte del mondo, la vita che suo malgrado era ancora dentro di lei.

Non solo le cose migliori, ma anche le peggiori hanno una fine.

Per certe cose, se non le si vedeva, non c'era una fine.

Il tempo fa passare certe cose, ma per certe altre invece scava, e se non ci si dà una mossa, poi rimangono i segni.

Le cose ci sono anche quando non le vediamo e le persone che spariscono dal quotidiano non è detto scompaiano del tutto, anzi. Si fanno invisibili ma non per questo muti.

Le prendeva una profonda tristezza ogni volta che sentiva di essere troppo vecchia o troppo stupida per migliorare le cose.

Ad avere paura della vita e della gente, la si rendeva solo meno forte. Prima serviva insegnarle la gioia.

Tra la paura e la fiducia, sceglieva sempre la seconda.

Ecco il suo bello: sapeva lasciare correre il mondo. A differenza sua, non se ne faceva una malattia se le cose non andavano come voleva. 

Quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene.

I ricordi sono come le cose, come quel pallone che dopo un anno dallo tsunami, era giunto sulle coste dell' Alaska, a 3000 miglia dall'altro lato dell'Oceano Pacifico: prima o poi tornano a galla.

L'amore non c'entra nulla con la bellezza e la bravura, altrimenti sarebbe una cosa fragilissima, non credi?

Delicata non significa fragile.

Tutti la conosceranno per quella che è, non per quello che è stata.

"Tu parli alla gente ma non sai chi è che ti ascolta. Però arrivi a casa loro e li rendi felici."
"Felici non so, ma di certo si sentono in compagnia"
"E non è la stessa cosa?"

Sopravvalutarsi è sempre uno sbaglio, ma sottovalutarsi è decisamente più grave.

Una volta che cambi direzione alla speranza, quella perde la strada e non è più capace di fare ritorno.

Da lì si irradiava una vita del tutto diversa, che impacchettava definitivamente quella che precedeva. Cartone, aletta che si piega, nastro isolante, tutto a bordo del camion e addio vecchia esistenza.

Anche gli tsunami dovevano esistere per un preciso motivo. Mescolavano il cosmo, così come anche i terremoti, le inondazioni, gli smottamenti e le frane, tutto quanto era un disastro per l'uomo, tutto quanto lo uccideva, lo bruciava, lo affogava o lo disperdeva, salvava l'equilibrio del mondo 

Essere amati porta enormi responsabilità, almeno quanto amare in prima persona.

Di gente felice sul serio, completamente, tu ne hai mai incontrata? Io credo di no.

L'amore è una cosa che convince, alla lunga.

Era convinta che le parole che si sentivano o si leggevano, venivano alle persone per caso, ma non senza un intento.

Era un atto di pure fiducia alzare la cornetta e, nonostante il silenzio, parlare.

Anche per le cose belle serviva del tempo.


Il lutto è come qualcosa che si mangia ogni giorno, un panino fatto a piccoli pezzi e ingurgitato con calma. E la digestione è lenta.

...impegnata in quella guerra a priori che era farsi adulta.

Ricordava di averci messo almeno 3 mesi a sentirsi innamorata di sua figlia. E l'aveva partorita lei, aveva avuto 9 mesi per abituarsi all'idea. Figuriamoci cosa sarebbe successo con una creatura che non era sua, nella inevitabile fase in cui ti veniva contro come un ariete.

Tendeva un po' alla tristezza, come se fosse stata concepita inclinata e scivolare fosse parte della sua natura.

Il tempo è una cosa preziosa e, soprattutto, al pari di una soluzione chimica, se dosato male, è in grado di sciupare irrimediabilmente ogni cosa.

In fondo era quanto ci si augurava per tutti, che un posto dove curare il dolore e rimarginarsi la vita, ognuno se lo fabbricasse da sé, in un luogo che ognuno individuava diverso.

La vita consumava, col tempo creava innumerevoli crepe e fragilità. Erano però proprio queste a decidere la storia di ogni persona, a fare venire voglia di andare avanti per vedere cosa sarebbe successo.

Tutto tornava, bastava chiamarlo col giusto nome.

Comprese che l'infelicità aveva sopra le ditate della gioia.  Che dente di noi teniamo premute le impronte delle persone che ci hanno insegnato ad amare, a essere felici e infelici. Quelle pochissime persone che ci spiegano come distinguere i sentimenti, e come individuare le zone ibride che ci fanno anche soffrire, ma che ci rendono diversi. Speciali e diversi.







giovedì 5 marzo 2026

"Il suono della tua luce" Ilaria Principi (2024)


LA TRAMA:
Kristine abbandona una brillante carriera d'avvocato in seguito a una serie di eventi dolorosi. La donna torna a Bergen, sua città natale, dopo dieci anni di lontananza, e lavora in un negozio di souvenir affacciato sul porto della “capitale dei fiordi”, con la speranza di ricominciare a vivere. Nello stesso periodo, in città fa ritorno anche la diciottenne Marianne, figlia della sorella maggiore di Kristine. La ragazza, che non ha nessun rapporto con sua zia da quand'era bambina, sta vivendo un momento complicato coi propri genitori e ha un estremo bisogno di attenzioni e affetto. L’incontro fra la vivace e fragile adolescente e la sua giovane zia cambierà la vita di entrambe.


IL MIO GIUDIZIO:
È con grande gioia che vado a recensire un libro della mia amica Ilaria Principi che, dopo l'esordio con un'opera autobiografica ("Donna Vergogna", adesso "Confidenze di una sconosciuta"), torna con un romanzo ricco di sentimenti, dove dà spazio a quelle che sono alcune delle sue più grandi passioni: l'aurora boreale (la storia è infatti ambientata a Bergen, in Norvegia), la musica, e l'ammirazione per la giocatrice di calcio femminile, Ada Hegerberg, a cui si è ispirata per l'aspetto fisico del personaggio di Marianne, con la sua caratteristica treccia bionda laterale.

Sono proprio Marianne e Kristine le protagoniste indiscusse di questa storia, le quali rappresentano la stessa Ilaria nella varie fasi della sua vita: Marianne è Ilaria adolescente, Kristine è Ilaria adulta. Entrambe, Marianne e Kristine, sono tornate a vivere a Bergen dopo anni trascorsi altrove, portandosi dietro un bagaglio di tristezza e dolore. Kristine e Marianne sono zia e nipote ma, a causa di alcuni dissidi familiari, non si vedono e non si frequentano da 10 anni. Marianne, con i suoi 18 anni, quasi non ha ricordo di questa sua zia ma, in qualche modo, si sente legata a lei, tanto da avere la necessità di andare a cercarla per riallacciare il rapporto, che si rivelerà da subito una "corrispondenza di amorosi sensi" e che sarà per entrambe un balsamo per le reciproche ferite, ricco di cura, comprensione e donando alle due una rinnovata fiducia nel futuro. 

Intorno a loro, un caleidoscopio di personaggi secondari ma non meno importanti: Kasper, fratello gemello di Kristine; Amanda, madre di Marianne e sorella di Kasper e Kristine; i loro genitori Guntar e Ruth; Ole ed Helga, i vicini di casa di Kristine; Selma, una poliziotta locale; Ingrid, la migliore amica di Marianne e sua madre Emilie, titolare di un negozio di strumenti musicali. 

"Il suono della tua luce" è un romanzo dolce, intenso e delicato, basato sull'immensa potenza dell'amore, inteso nel senso più ampio del termine, ovvero quel sentimento che manda avanti il mondo, che va sempre espresso ("ognuno ama come può e con i mezzi che ha a disposizione"), mai nascosto perché non si sa quanto tempo si abbia a disposizione per esternarlo.  Quell'amore che, una volta immesso nell'Universo, torna poi sempre indietro in varie forme. 

È anche un romanzo sul potere terapeutico del pianto liberatorio, laddove il pianto non è visto tanto come una manifestazione di sofferenza, ma come la più alta forma di comunione e intimità. Il dolore è una componente imprescindibile della vita e non può né deve essere evitato. va vissuto, attraversato, metabolizzato, in quanto solo così sarà servito a renderci persone migliori e non sarà stato vano.

Ma cosa si intende per "il suono della tua luce"? Da una parte si fa riferimento alla comune passione che Marianne, Kristine ed Ingrid hanno per la musica, la quale, con i suoi suoni, è in grado di mettere in luce la loro anima, così come la luce dell'aurora boreale emette dei suoni simili ad un violoncello, durante la sua manifestazione.

Non lo dico per piaggeria perché è mia amica ma Ilaria, con questa opera, si è veramente superata: oltre alla maestria nello scrivere in maniera così avvincente e scorrevole, è stata bravissima nel descrivere Bergen alla perfezione, soprattutto perchè, incredibile ma vero, è una città che non ha mai visitato di persona, quindi ciò denota in profondo studio, in quanto nessun dettaglio è stato lasciato al caso. 

E, proprio per quanto riguarda il "caso" che come sappiamo bene non esiste, Ilaria crede che, date tutte le coincidenze che si sono verificare mentre andava avanti con la stesura del racconto, ci sia una forza superiore che l'ha sostenuta perché questo libro fosse scritto e pubblicato. 

Quindi, a questo punto, per chi non lo ha ancora fatto, non resta che leggerlo, perché andrà a cimentarsi con una storia emozionante che resta incisa nel cuore.



IL MIO VOTO:
Lo ho già detto all'autrice di persona ma ci tengo a metterlo nero su bianco: anche io scrivo ma, al cospetto di questo romanzo, mi sono sentita piccola piccola. Un'opera avvincente, mai banale, densa di significato, ricca di interessanti spunti di riflessione e curata in ogni minimo dettaglio. Veramente, complimenti, Ilaria! 



LA SCRITTRICE:



venerdì 26 dicembre 2025

"Sono qui, Nadia Toffa" Cristina Corrada (2022)


LA TRAMA:
Il resoconto di un contatto con l'aldilà attraverso la metafonia (la registrazione delle voci dei trapassati su nastro magnetico), reso straordinario perché a parlare è la giornalista de "Le iene", scomparsa prematuramente il 13 Agosto 2019. Fedele al suo carattere coraggioso e intraprendente, Nadia ha subito individuato il modo per dare notizie di sé, tramite Cristina, l'autrice di questo libro, sollecitandola a cercare mamma Margherita per farle sapere che la sua Nadia è viva e attiva, ed è sempre accanto ai suoi cari. Questa testimonianza consentirà a tanti di capire che "loro", dall'altra parte, desiderano comunicare con noi per farci sapere che sono vivi e non si dimenticano di noi.

IL MIO GIUDIZIO:
Cristina, l'autrice del libro, e la sua compagna Ramona si occupano di metafonia, ovvero la registrazione, tramite l'ausilio di apparecchiature elettroniche, di voci di anime defunte che si trovano nel piano astrale e che ricavano energia da fonti sonore (in particolar modo rumori bianchi).

Questo interesse per il mondo del paranormale, è scaturito in Cristina subito dopo la scomparsa di sua madre Annamaria, a cui era molto legata, quando essa iniziò a palesarsi, facendole trovare (talvolta proprio facendole materializzare davanti ai suoi occhi) delle monetine da 1 centesimo.

Partendo da queste esperienze, l'autrice ci accompagna per mano nel mondo del paranormale, spiegandoci quali siano i segni che i nostri cari defunti ci inviano dall'aldilà per farci sentire la loro presenza vicino a noi (cuori, piume, monetine etc..), ci introduce alla metafonia e agli strumenti che consentono di svolgere al meglio queste indagini. 

Durante una sessione che ha luogo intorno a Ferragosto 2019, Cristina entra in contatto con l'entità di Nadia Toffa, la famosa e grintosa giornalista de "Le iene", deceduta per un tumore al cervello solo qualche giorno prima, che si presenta con nome e cognome, pronunciando la frase che dà il titolo al libro:"Sono qui, Nadia Toffa". Da quel momento si crea fra le due una connessione intensa e continuativa che porterà Cristina a incontrare persone utili alla sua evoluzione spirituale, affinché possa adempiere al compito per cui è stata chiamata qui sulla Terra.
 
Fra queste conoscenze c'è anche Margherita, la mamma di Nadia, a cui verranno recapiti i messaggi di amore che la figlia ha per lei.  Messaggi che confermano che esiste una vita oltre la vita, che i nostri cari, seppur in un'altra dimensione, ci sono sempre vicino, che vegliano su di noi, intervenendo per aiutarci quando necessario, talvolta anche pronunciando brevi frasi tramite la metafonia (attività che richiede loro un gran dispendio di energie, comunque) ma facendoci presente che, per poter procedere nel loro cammino verso la "Luce" ( luogo di massimo benessere , consapevolezza e realizzazione, quello che comunemente chiamiamo "paradiso") hanno bisogno che pensiamo a loro con gioia, non con tristezza e rammarico, in quanto questo tipo di emozioni va a intralciare il loro percorso.
 
Ma come mai Nadia ha scelto proprio Cristina, per palesarsi? Il motivo verrà svelato solo nell'ultime pagine e sarà un'autentica sorpresa.


IL MIO VOTO:
Libro profondo, emozionante e commovente ma non alla portata di tutti: chi è estremamente razionale, chi pensa che ci sia una spiegazione scientifica per tutto e che, "certe esperienze" siano soltanto frutto di immaginazione o suggestione, è inutile che lo legga. Chi, invece, ha un'indole spirituale, crede nell'anima che sopravvive alla morte e alla reincarnazione, allora sì, questa è l'opera giusta. Un'opera che arriva al cuore e, con delicatezza, lo accarezza, dando la conferma che "niente si crea, niente di distrugge, ma tutto si trasforma".




LA SCRITTRICE:



domenica 7 dicembre 2025

"Il colibrì" Sandro Veronesi (2019)


 LA TRAMA:
Marco Carrera, il protagonista, è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta – perché sopravvivere non significhi vivere di meno. Intorno a lui, altri personaggi indimenticabili, che abitano un’architettura romanzesca perfetta. Un mondo intero, in un tempo liquido che si estende dai primi anni settanta fino a un cupo futuro prossimo, quando all’improvviso splenderà il frutto della resilienza di Marco Carrera: è una bambina, si chiama Miraijin, e sarà l’uomo nuovo.


IL MIO GIUDIZIO:
"Il colibrì" è uno dei rari casi in cui ho prima visto la rappresentazione cinematografica e poi ho letto il libro. Non conoscevo nemmeno la trama, sapevo soltanto che ad interpretare il protagonista era Pierfrancesco Favino, e questo mi bastava come garanzia di qualità. 

Il film mi ha colpito molto, anche se l'ho trovato un po' troppo caotico, con tutti quei flashback non lineari, tanto è vero che, per comprenderlo appieno, ho dovuto sbirciare il riassunto su Google.  Ho avuto la netta percezione, però, che questo romanzo avesse un messaggio preciso da darmi, soprattutto in questo periodo della mia vita, così ho deciso di leggerlo. Le recensioni erano abbastanza discordanti a riguardo, un po' come mi era già accaduto con "Che tu sia per me il coltello": c'era chi lo considerava un piccolo capolavoro e chi una noia mortale, con le sue pedanti descrizioni. Causa trasloco, ci ho messo un bel po' per portarlo a termine, però non ha assolutamente deluso le mie aspettative, anzi è stato uno dei pochi casi in cui la rappresentazione cinematografica è totalmente attinente al romanzo.

 Il protagonista, che per ovvie ragioni ha il volto di Favino, è Marco Carrera, medico oculista fiorentino che si barcamena tra la sua Firenze, Roma e Bolgheri, in provincia di Livorno, dove la sua famiglia ha da anni una villa a ridosso fra il mare e la pineta. Gracile e mingherlino a causa un ritardo nello sviluppo (risolto poi con una cura sperimentale intorno ai 14 anni), viene soprannominato dalla madre "colibrì"...nomignolo che, tutto sommato, si adatta perfettamente anche al suo percorso esistenziale: il colibrì è un piccolo uccellino che vola restando fermo, riuscendo a mantenere un equilibrio costante.

Allo stesso modo Marco, a dispetto di tutte le avversità, gli imprevisti e i dolori che il destino gli metterà davanti, riuscirà a non soccombere e, anzi, volendo citare un verso della poesia di William Ernest Henley, sarà lui il "capitano della sua anima", tenendo il coltello dalla parte del manico, fino all'ultimo istante della sua vita.

Eccezion fatta per il fratello Giacomo, per il padre Probo e poi, più avanti nel tempo, per il dottor Carradori, Marco si relaziona prevalentemente con le donne: la frustrata madre Letizia, affermato architetto; Irene, la sorella depressa con tendenze suicide; Marina, l'ex moglie psicotica, Luisa Lattes, vicina di casa a Bolgheri e grande amore della sua vita; la figlia Adele, durante l'infanzia convinta di avere un filo invisibile attaccato alla schiena e, ultima ma non meno importante, la nipotina Miraijin.

Caratteristica che le accomuna è che, ognuna di loro, affida i suoi disagi a uno psicoanalista mentre Marco, per la psicoanalisi, ha una vera idiosincrasia.

In realtà, sarà proprio Marco la roccia a cui ognuna di queste donne si appoggerà. Per lui non è un peso essere il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutta la sua famiglia...anzi! Essendo miracolosamente scampato, in gioventù, a un disastro aereo (era sceso prima del decollo a causa di un attacco di panico dell' amico che lo accompagnava), si è convinto che la sua vita dovesse avere uno scopo molto più alto di una semplice, normale, esistenza. In particolar modo, da un certo momento in poi (e il perché lo scoprirete leggendo il libro) la sua unica priorità sarà quella di crescere nel migliore dei modi sia nipote Miraijin, "l'Uomo del futuro". 

Marco Carrera, il colibrì che ha impiegato tutta la sua vita, e tutta la sua energia, cercando di rimanere fermo e stabile, nonostante le avversità, ad un certo punto, con un salto temporale nel futuro che ci proietterà nel 2030, e con la dignità che ha sempre dimostrato, deciderà di sfidare la morte (quella morte che, via via, gli ha strappato le persone più importanti) e deciderà di volare via, prima che l'orrore della malattia prenda il sopravvento. 


IL MIO VOTO:
Scritto in maniera magistrale, avvincente nonostante in alcuni punti pecchi di un eccesso di minuziosità, "Il colibrì" è un romanzo allo stesso tempo dolce e straziante, profondamente introspettivo e che affronta tematiche importanti e che offre spunti di riflessione. Sia che si legga il libro, sia che si guardi il film (ottimo sarebbe fare entrambi le cose), si uscirà d questa opera profondamente arricchiti. Assolutamente consigliato.


LO SCRITTORE: