domenica 5 aprile 2026

"Quel che affidiamo al vento" Laura Imai Messina (2020)


 

LA TRAMA:
Sul fianco scosceso di Kujirayama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia. In mezzo è installata una cabina, al cui interno riposa un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell'aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent'anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami spazzò via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le sottrasse la gioia di essere al mondo. Venuta per caso a conoscenza di quel luogo surreale, Yui va a visitarlo e a Bell Gardia incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Per rimarginare la vita serve coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto prudente di sé. E ora che quel luogo prezioso rischia di esserle portato via dall'uragano, Yui decide di affrontare il vento, quello che scuote la terra così come quello che solleva le voci di chi non c'è più. E poi? E poi Yui lo avrebbe presto scoperto. Che è un vero miracolo l'amore. Anche il secondo, anche quello che arriva per sbaglio. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene.



IL MIO GIUDIZIO:
"Quel che affidiamo al vento" è un'opera dell'autrice italogiapponese Laura Imai Messina, nata a Roma ma adesso residente in pianta stabile sul territorio nipponico.

Questo romanzo, pubblicato nel 2020, lo avevo scaricato sul Kindle da diversi anni però, per un motivo o per un altro, non lo avevo ancora letto. Ma stavolta ho sentito che mi "chiamava", a dimostrazione del fatto che, come dico sempre, sono i libri a scegliere noi e non viceversa. 

Sin dalle prime pagine, sono stata rapita dlla scrittura avvolgente, coinvolgente e delicata della Imai che, per stile e ambientazione, mi ricorda un po' la Banana Yoshimoto degli anni '90. Ogni tanto, però, così come mi era successo con "Venuto al mondo" della Mazzantini, ho avuto il bisogno di prendere una pausa, in quanto gli argomenti trattati sono piuttosto strazianti e di un notevole impatto emotivo. 

Il fulcro della narrazione è il terribile tsunami che sconvolse il Giappone, l'11 Marzo 2011, causando quasi 16000 morti e oltre 2500 dispersi.

Ai piedi del Kujirayama, la Montagna della Balena, nei pressi della città di Otsuchi (una delle più colpite dal sisma) vi è un vasto giardino chiamato Bell Gardia, nel quale è stata installata una cabina telefonica con all'interno un semplice telefono che, ovviamente, non è collegato a nessuna rete, le cui parole si perdono semplicemente nell'aria. Proprio per questo motivo è conosciuto come "Il telefono del vento". Qui, molte persone giungono in pellegrinaggio, soprattutto da dopo la tragedia del sisma, per inviare un messaggio ai propri cari defunti, lasciando che il vento lo trasporti fino a loro nell'altra dimensione, in un forte atto di fede, allo stesso tempo doloroso ma liberatorio.

Quando, in quella zona, viene preannunciato un terribile uragano, Yui, la protagonista del libro, si mette in viaggio per cercare di porre in sicurezza il  Telefono del vento. ancorandolo con corde, chiodi e teli, affinché non venga distrutto dalle intemperie. 

Yui è una speaker radiofonica di 30 anni che, nello tsunami del 2011, ha perso tutto, sia a livello materiale che emotivo, poiché il sisma le ha portato via la madre e una figlia di soli 3 anni. Venuta  casualmente a conoscenza del Telefono del vento grazie a un ascoltatore della sua trasmissione, ha iniziato a recarsi lì una volta al mese, affrontando ogni volta un viaggio di 16 ore, fra andata e ritorno. Per questo non esita un attimo a rischiare la sua incolumità pur di salvare la cabina che collega la Terra al Regno delle anime. Nonostante non abbia mai avuto il coraggio di entrarvi dentro per "parlare" con sua madre e sua figlia, a Bell Gardia è riuscita a ritrovare un po' di pace, semplicemente passeggiando per il giardino o confrontandosi con gli altri visitatori. E poi, proprio lì, ha fatto un incontro che ha dato un nuovo senso alla sua vita. Perché, come recita la sinossi dell' opera, "quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene".



IL MIO VOTO: 
Un romanzo al tempo stesso dolce e straziante che mostra come la vita possa togliere tanto ma, in egual misura, restituire. Da leggere piano piano, perché certi passaggi vanno metabolizzati ma assolutamente da leggere.


LA SCRITTRICE:





Frasi dal libro "Quel che affidiamo al vento" di Laura Imai Messina

 Se il mondo cadeva, si disse, lei sarebbe caduta con lui; ma se vi era anche una sola possibilità di tenerlo in piedi, magari pure in un goffo equilibrio, avrebbe speso ogni granello residuo di energia per aiutarlo.

Gli oggetti materiali conoscono riparo e sostituzione ma il corpo non si ripara e quando si spezza è per sempre.

A volte piangeva, a volte rideva, che la vita sa essere buffa anche quando capita una tragedia.

Da bambini, la felicità la si percepisce come una cosa. Un trenino che spunta da una cesta, la pellicola che avvolge una fetta di torta. O magari anche una fotografia che li ritrae al centro della scena, dove non ci sono occhi che per loro. Da grandi si fa tutto più complicato. La felicità è il successo, il lavoro, un uomo o una donna, tutte cose sfumate, laboriose. Quando c'è, e anche quando non c'è, diventa soprattutto questo: una parola.

Sì smarriva nei libri, nelle storie degli altri che fin da bambina le parevano tutte, senza eccezione, migliore della propria. La affascinava ascoltare le vite degli altri, perdersi nei loro racconti.

Anche se passa del tempo, il ricordo di chi abbiamo amato non invecchia. Invecchiamo solo noi.

Sorridi col cuore e non solo con le labbra.

"Vorrei capire come si fa a rendere felici i bambini di essere al mondo."
"Ah, ma quello nessuno lo sa!"

Certe cose complesse come la felicità, più che le parole, le può insegnare l'esempio e la gioia di vivere serve possederla in abbondanza per poterla consegnare a qualcun altro.

I sentimenti possono farsi materia e spesso si incastrano in gola.

Di chi non si sa nulla, non c'è niente da dire.

Un uomo bastava tacerlo per eliminarlo per sempre. Per questo serviva ricordare le storie, parlare con le persone, parlare delle persone. Ascoltare le persone. Anche dialogare con i morti, se fosse servito.

Sì domandò se quei morti richiamati alla vita di qua, in quella di là non si tenessero invece per mano, se non finissero per fare conoscenza tra loro, e dare vita a storie che i vivi ignoravano completamente.

"Valuta le cose con calma e poi decidi, mi fido di te"
"Ma sono io che non mi fido di me"

Forse, pensò, è il dolore che approfondisce e vite 

Entrambi sentirono di essersi in qualche modo trovati, come due oggetti per caso avvinghiata sul fondo di una borsa piena di cose.

A parlare con chi non c'è più non si fa nulla di male. Bastava accettare che le mani non toccassero nulla, che lo sforzo di memoria fosse tale da riempire le falle, che la gioia di amare si concentrassero non nel ricevere ma solo nel dare.

Domani, per principio,  non è una cosa che c'è.

Il momento in cui si incontravano, iniziò ad apparire a entrambi non come il raccogliersi di due sconosciuti in un punto del mondo per poi raggiungerne un altro, bensì come un ritorno. Era lui che tornava a lei. Era lei che tornava a lui.

Sì rimane genitori anche quando i figli non ci sono più.

Quante cose mette a posto un abbraccio; rimette in sesto anche le ossa.

"Finge di dormire per farsi abbracciare"
"Da sveglia non gli accetta?"
"Sì ma è un po' schiva, come si vergognasse di averne bisogno"

Pensò a quanto spesso, nella realtà, banalità e verità coincidessero.

Convennero che le cose che finiscono per mancare maggiormente delle persone quando se ne vanno, sono proprio le loro fissazioni, le cose ridicole, le cose moleste. Chissà, forse è proprio perché si è faticato all'inizio ad accettarle e non te le dimentichi facilmente.

È come se ogni volta che ti fanno innervosire per qualcosa, tu cercassi di bilanciare con le cose positive che ha quella persona. È un po' come ripetersi ogni volta: io questa persona la amo perché...

L'amore è come la terapia: funziona solo quando ci credi.

Era convinta che prima di morire sia madre si fosse presa il suo intestino e sua figlia un polmone. Per questo, per quanta felicità le si fosse mai posata addosso, avrebbe sempre mangiato e respirato a fatica.

L'abitudine aggiusta ogni cosa, ci si abitua a tutto.

La vita peggiora a stare vicino a qualcosa che si odia così: ci si consuma e non ne vale la pena.

Chiunque abbia vissuto un grande lutto, si domanda a un certo punto cosa sia più difficile tra l'imparare e il disimparare. Adesso era sicura che era il disimparare a creare più resistenza.

Rimaneva aggrappata alla cosa più forte del mondo, la vita che suo malgrado era ancora dentro di lei.

Non solo le cose migliori, ma anche le peggiori hanno una fine.

Per certe cose, se non le si vedeva, non c'era una fine.

Il tempo fa passare certe cose, ma per certe altre invece scava, e se non ci si dà una mossa, poi rimangono i segni.

Le cose ci sono anche quando non le vediamo e le persone che spariscono dal quotidiano non è detto scompaiano del tutto, anzi. Si fanno invisibili ma non per questo muti.

Le prendeva una profonda tristezza ogni volta che sentiva di essere troppo vecchia o troppo stupida per migliorare le cose.

Ad avere paura della vita e della gente, la si rendeva solo meno forte. Prima serviva insegnarle la gioia.

Tra la paura e la fiducia, sceglieva sempre la seconda.

Ecco il suo bello: sapeva lasciare correre il mondo. A differenza sua, non se ne faceva una malattia se le cose non andavano come voleva. 

Quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene.

I ricordi sono come le cose, come quel pallone che dopo un anno dallo tsunami, era giunto sulle coste dell' Alaska, a 3000 miglia dall'altro lato dell'Oceano Pacifico: prima o poi tornano a galla.

L'amore non c'entra nulla con la bellezza e la bravura, altrimenti sarebbe una cosa fragilissima, non credi?

Delicata non significa fragile.

Tutti la conosceranno per quella che è, non per quello che è stata.

"Tu parli alla gente ma non sai chi è che ti ascolta. Però arrivi a casa loro e li rendi felici."
"Felici non so, ma di certo si sentono in compagnia"
"E non è la stessa cosa?"

Sopravvalutarsi è sempre uno sbaglio, ma sottovalutarsi è decisamente più grave.

Una volta che cambi direzione alla speranza, quella perde la strada e non è più capace di fare ritorno.

Da lì si irradiava una vita del tutto diversa, che impacchettava definitivamente quella che precedeva. Cartone, aletta che si piega, nastro isolante, tutto a bordo del camion e addio vecchia esistenza.

Anche gli tsunami dovevano esistere per un preciso motivo. Mescolavano il cosmo, così come anche i terremoti, le inondazioni, gli smottamenti e le frane, tutto quanto era un disastro per l'uomo, tutto quanto lo uccideva, lo bruciava, lo affogava o lo disperdeva, salvava l'equilibrio del mondo 

Essere amati porta enormi responsabilità, almeno quanto amare in prima persona.

Di gente felice sul serio, completamente, tu ne hai mai incontrata? Io credo di no.

L'amore è una cosa che convince, alla lunga.

Era convinta che le parole che si sentivano o si leggevano, venivano alle persone per caso, ma non senza un intento.

Era un atto di pure fiducia alzare la cornetta e, nonostante il silenzio, parlare.

Anche per le cose belle serviva del tempo.


Il lutto è come qualcosa che si mangia ogni giorno, un panino fatto a piccoli pezzi e ingurgitato con calma. E la digestione è lenta.

...impegnata in quella guerra a priori che era farsi adulta.

Ricordava di averci messo almeno 3 mesi a sentirsi innamorata di sua figlia. E l'aveva partorita lei, aveva avuto 9 mesi per abituarsi all'idea. Figuriamoci cosa sarebbe successo con una creatura che non era sua, nella inevitabile fase in cui ti veniva contro come un ariete.

Tendeva un po' alla tristezza, come se fosse stata concepita inclinata e scivolare fosse parte della sua natura.

Il tempo è una cosa preziosa e, soprattutto, al pari di una soluzione chimica, se dosato male, è in grado di sciupare irrimediabilmente ogni cosa.

In fondo era quanto ci si augurava per tutti, che un posto dove curare il dolore e rimarginarsi la vita, ognuno se lo fabbricasse da sé, in un luogo che ognuno individuava diverso.

La vita consumava, col tempo creava innumerevoli crepe e fragilità. Erano però proprio queste a decidere la storia di ogni persona, a fare venire voglia di andare avanti per vedere cosa sarebbe successo.

Tutto tornava, bastava chiamarlo col giusto nome.

Comprese che l'infelicità aveva sopra le ditate della gioia.  Che dente di noi teniamo premute le impronte delle persone che ci hanno insegnato ad amare, a essere felici e infelici. Quelle pochissime persone che ci spiegano come distinguere i sentimenti, e come individuare le zone ibride che ci fanno anche soffrire, ma che ci rendono diversi. Speciali e diversi.







giovedì 5 marzo 2026

"Il suono della tua luce" Ilaria Principi (2024)


LA TRAMA:
Kristine abbandona una brillante carriera d'avvocato in seguito a una serie di eventi dolorosi. La donna torna a Bergen, sua città natale, dopo dieci anni di lontananza, e lavora in un negozio di souvenir affacciato sul porto della “capitale dei fiordi”, con la speranza di ricominciare a vivere. Nello stesso periodo, in città fa ritorno anche la diciottenne Marianne, figlia della sorella maggiore di Kristine. La ragazza, che non ha nessun rapporto con sua zia da quand'era bambina, sta vivendo un momento complicato coi propri genitori e ha un estremo bisogno di attenzioni e affetto. L’incontro fra la vivace e fragile adolescente e la sua giovane zia cambierà la vita di entrambe.


IL MIO GIUDIZIO:
È con grande gioia che vado a recensire un libro della mia amica Ilaria Principi che, dopo l'esordio con un'opera autobiografica ("Donna Vergogna", adesso "Confidenze di una sconosciuta"), torna con un romanzo ricco di sentimenti, dove dà spazio a quelle che sono alcune delle sue più grandi passioni: l'aurora boreale (la storia è infatti ambientata a Bergen, in Norvegia), la musica, e l'ammirazione per la giocatrice di calcio femminile, Ada Hegerberg, a cui si è ispirata per l'aspetto fisico del personaggio di Marianne, con la sua caratteristica treccia bionda laterale.

Sono proprio Marianne e Kristine le protagoniste indiscusse di questa storia, le quali rappresentano la stessa Ilaria nella varie fasi della sua vita: Marianne è Ilaria adolescente, Kristine è Ilaria adulta. Entrambe, Marianne e Kristine, sono tornate a vivere a Bergen dopo anni trascorsi altrove, portandosi dietro un bagaglio di tristezza e dolore. Kristine e Marianne sono zia e nipote ma, a causa di alcuni dissidi familiari, non si vedono e non si frequentano da 10 anni. Marianne, con i suoi 18 anni, quasi non ha ricordo di questa sua zia ma, in qualche modo, si sente legata a lei, tanto da avere la necessità di andare a cercarla per riallacciare il rapporto, che si rivelerà da subito una "corrispondenza di amorosi sensi" e che sarà per entrambe un balsamo per le reciproche ferite, ricco di cura, comprensione e donando alle due una rinnovata fiducia nel futuro. 

Intorno a loro, un caleidoscopio di personaggi secondari ma non meno importanti: Kasper, fratello gemello di Kristine; Amanda, madre di Marianne e sorella di Kasper e Kristine; i loro genitori Guntar e Ruth; Ole ed Helga, i vicini di casa di Kristine; Selma, una poliziotta locale; Ingrid, la migliore amica di Marianne e sua madre Emilie, titolare di un negozio di strumenti musicali. 

"Il suono della tua luce" è un romanzo dolce, intenso e delicato, basato sull'immensa potenza dell'amore, inteso nel senso più ampio del termine, ovvero quel sentimento che manda avanti il mondo, che va sempre espresso ("ognuno ama come può e con i mezzi che ha a disposizione"), mai nascosto perché non si sa quanto tempo si abbia a disposizione per esternarlo.  Quell'amore che, una volta immesso nell'Universo, torna poi sempre indietro in varie forme. 

È anche un romanzo sul potere terapeutico del pianto liberatorio, laddove il pianto non è visto tanto come una manifestazione di sofferenza, ma come la più alta forma di comunione e intimità. Il dolore è una componente imprescindibile della vita e non può né deve essere evitato. va vissuto, attraversato, metabolizzato, in quanto solo così sarà servito a renderci persone migliori e non sarà stato vano.

Ma cosa si intende per "il suono della tua luce"? Da una parte si fa riferimento alla comune passione che Marianne, Kristine ed Ingrid hanno per la musica, la quale, con i suoi suoni, è in grado di mettere in luce la loro anima, così come la luce dell'aurora boreale emette dei suoni simili ad un violoncello, durante la sua manifestazione.

Non lo dico per piaggeria perché è mia amica ma Ilaria, con questa opera, si è veramente superata: oltre alla maestria nello scrivere in maniera così avvincente e scorrevole, è stata bravissima nel descrivere Bergen alla perfezione, soprattutto perchè, incredibile ma vero, è una città che non ha mai visitato di persona, quindi ciò denota in profondo studio, in quanto nessun dettaglio è stato lasciato al caso. 

E, proprio per quanto riguarda il "caso" che come sappiamo bene non esiste, Ilaria crede che, date tutte le coincidenze che si sono verificare mentre andava avanti con la stesura del racconto, ci sia una forza superiore che l'ha sostenuta perché questo libro fosse scritto e pubblicato. 

Quindi, a questo punto, per chi non lo ha ancora fatto, non resta che leggerlo, perché andrà a cimentarsi con una storia emozionante che resta incisa nel cuore.



IL MIO VOTO:
Lo ho già detto all'autrice di persona ma ci tengo a metterlo nero su bianco: anche io scrivo ma, al cospetto di questo romanzo, mi sono sentita piccola piccola. Un'opera avvincente, mai banale, densa di significato, ricca di interessanti spunti di riflessione e curata in ogni minimo dettaglio. Veramente, complimenti, Ilaria! 



LA SCRITTRICE:



venerdì 26 dicembre 2025

"Sono qui, Nadia Toffa" Cristina Corrada (2022)


LA TRAMA:
Il resoconto di un contatto con l'aldilà attraverso la metafonia (la registrazione delle voci dei trapassati su nastro magnetico), reso straordinario perché a parlare è la giornalista de "Le iene", scomparsa prematuramente il 13 Agosto 2019. Fedele al suo carattere coraggioso e intraprendente, Nadia ha subito individuato il modo per dare notizie di sé, tramite Cristina, l'autrice di questo libro, sollecitandola a cercare mamma Margherita per farle sapere che la sua Nadia è viva e attiva, ed è sempre accanto ai suoi cari. Questa testimonianza consentirà a tanti di capire che "loro", dall'altra parte, desiderano comunicare con noi per farci sapere che sono vivi e non si dimenticano di noi.

IL MIO GIUDIZIO:
Cristina, l'autrice del libro, e la sua compagna Ramona si occupano di metafonia, ovvero la registrazione, tramite l'ausilio di apparecchiature elettroniche, di voci di anime defunte che si trovano nel piano astrale e che ricavano energia da fonti sonore (in particolar modo rumori bianchi).

Questo interesse per il mondo del paranormale, è scaturito in Cristina subito dopo la scomparsa di sua madre Annamaria, a cui era molto legata, quando essa iniziò a palesarsi, facendole trovare (talvolta proprio facendole materializzare davanti ai suoi occhi) delle monetine da 1 centesimo.

Partendo da queste esperienze, l'autrice ci accompagna per mano nel mondo del paranormale, spiegandoci quali siano i segni che i nostri cari defunti ci inviano dall'aldilà per farci sentire la loro presenza vicino a noi (cuori, piume, monetine etc..), ci introduce alla metafonia e agli strumenti che consentono di svolgere al meglio queste indagini. 

Durante una sessione che ha luogo intorno a Ferragosto 2019, Cristina entra in contatto con l'entità di Nadia Toffa, la famosa e grintosa giornalista de "Le iene", deceduta per un tumore al cervello solo qualche giorno prima, che si presenta con nome e cognome, pronunciando la frase che dà il titolo al libro:"Sono qui, Nadia Toffa". Da quel momento si crea fra le due una connessione intensa e continuativa che porterà Cristina a incontrare persone utili alla sua evoluzione spirituale, affinché possa adempiere al compito per cui è stata chiamata qui sulla Terra.
 
Fra queste conoscenze c'è anche Margherita, la mamma di Nadia, a cui verranno recapiti i messaggi di amore che la figlia ha per lei.  Messaggi che confermano che esiste una vita oltre la vita, che i nostri cari, seppur in un'altra dimensione, ci sono sempre vicino, che vegliano su di noi, intervenendo per aiutarci quando necessario, talvolta anche pronunciando brevi frasi tramite la metafonia (attività che richiede loro un gran dispendio di energie, comunque) ma facendoci presente che, per poter procedere nel loro cammino verso la "Luce" ( luogo di massimo benessere , consapevolezza e realizzazione, quello che comunemente chiamiamo "paradiso") hanno bisogno che pensiamo a loro con gioia, non con tristezza e rammarico, in quanto questo tipo di emozioni va a intralciare il loro percorso.
 
Ma come mai Nadia ha scelto proprio Cristina, per palesarsi? Il motivo verrà svelato solo nell'ultime pagine e sarà un'autentica sorpresa.


IL MIO VOTO:
Libro profondo, emozionante e commovente ma non alla portata di tutti: chi è estremamente razionale, chi pensa che ci sia una spiegazione scientifica per tutto e che, "certe esperienze" siano soltanto frutto di immaginazione o suggestione, è inutile che lo legga. Chi, invece, ha un'indole spirituale, crede nell'anima che sopravvive alla morte e alla reincarnazione, allora sì, questa è l'opera giusta. Un'opera che arriva al cuore e, con delicatezza, lo accarezza, dando la conferma che "niente si crea, niente di distrugge, ma tutto si trasforma".




LA SCRITTRICE:



domenica 7 dicembre 2025

"Il colibrì" Sandro Veronesi (2019)


 LA TRAMA:
Marco Carrera, il protagonista, è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta – perché sopravvivere non significhi vivere di meno. Intorno a lui, altri personaggi indimenticabili, che abitano un’architettura romanzesca perfetta. Un mondo intero, in un tempo liquido che si estende dai primi anni settanta fino a un cupo futuro prossimo, quando all’improvviso splenderà il frutto della resilienza di Marco Carrera: è una bambina, si chiama Miraijin, e sarà l’uomo nuovo.


IL MIO GIUDIZIO:
"Il colibrì" è uno dei rari casi in cui ho prima visto la rappresentazione cinematografica e poi ho letto il libro. Non conoscevo nemmeno la trama, sapevo soltanto che ad interpretare il protagonista era Pierfrancesco Favino, e questo mi bastava come garanzia di qualità. 

Il film mi ha colpito molto, anche se l'ho trovato un po' troppo caotico, con tutti quei flashback non lineari, tanto è vero che, per comprenderlo appieno, ho dovuto sbirciare il riassunto su Google.  Ho avuto la netta percezione, però, che questo romanzo avesse un messaggio preciso da darmi, soprattutto in questo periodo della mia vita, così ho deciso di leggerlo. Le recensioni erano abbastanza discordanti a riguardo, un po' come mi era già accaduto con "Che tu sia per me il coltello": c'era chi lo considerava un piccolo capolavoro e chi una noia mortale, con le sue pedanti descrizioni. Causa trasloco, ci ho messo un bel po' per portarlo a termine, però non ha assolutamente deluso le mie aspettative, anzi è stato uno dei pochi casi in cui la rappresentazione cinematografica è totalmente attinente al romanzo.

 Il protagonista, che per ovvie ragioni ha il volto di Favino, è Marco Carrera, medico oculista fiorentino che si barcamena tra la sua Firenze, Roma e Bolgheri, in provincia di Livorno, dove la sua famiglia ha da anni una villa a ridosso fra il mare e la pineta. Gracile e mingherlino a causa un ritardo nello sviluppo (risolto poi con una cura sperimentale intorno ai 14 anni), viene soprannominato dalla madre "colibrì"...nomignolo che, tutto sommato, si adatta perfettamente anche al suo percorso esistenziale: il colibrì è un piccolo uccellino che vola restando fermo, riuscendo a mantenere un equilibrio costante.

Allo stesso modo Marco, a dispetto di tutte le avversità, gli imprevisti e i dolori che il destino gli metterà davanti, riuscirà a non soccombere e, anzi, volendo citare un verso della poesia di William Ernest Henley, sarà lui il "capitano della sua anima", tenendo il coltello dalla parte del manico, fino all'ultimo istante della sua vita.

Eccezion fatta per il fratello Giacomo, per il padre Probo e poi, più avanti nel tempo, per il dottor Carradori, Marco si relaziona prevalentemente con le donne: la frustrata madre Letizia, affermato architetto; Irene, la sorella depressa con tendenze suicide; Marina, l'ex moglie psicotica, Luisa Lattes, vicina di casa a Bolgheri e grande amore della sua vita; la figlia Adele, durante l'infanzia convinta di avere un filo invisibile attaccato alla schiena e, ultima ma non meno importante, la nipotina Miraijin.

Caratteristica che le accomuna è che, ognuna di loro, affida i suoi disagi a uno psicoanalista mentre Marco, per la psicoanalisi, ha una vera idiosincrasia.

In realtà, sarà proprio Marco la roccia a cui ognuna di queste donne si appoggerà. Per lui non è un peso essere il centro gravitazionale attorno a cui ruota tutta la sua famiglia...anzi! Essendo miracolosamente scampato, in gioventù, a un disastro aereo (era sceso prima del decollo a causa di un attacco di panico dell' amico che lo accompagnava), si è convinto che la sua vita dovesse avere uno scopo molto più alto di una semplice, normale, esistenza. In particolar modo, da un certo momento in poi (e il perché lo scoprirete leggendo il libro) la sua unica priorità sarà quella di crescere nel migliore dei modi sia nipote Miraijin, "l'Uomo del futuro". 

Marco Carrera, il colibrì che ha impiegato tutta la sua vita, e tutta la sua energia, cercando di rimanere fermo e stabile, nonostante le avversità, ad un certo punto, con un salto temporale nel futuro che ci proietterà nel 2030, e con la dignità che ha sempre dimostrato, deciderà di sfidare la morte (quella morte che, via via, gli ha strappato le persone più importanti) e deciderà di volare via, prima che l'orrore della malattia prenda il sopravvento. 


IL MIO VOTO:
Scritto in maniera magistrale, avvincente nonostante in alcuni punti pecchi di un eccesso di minuziosità, "Il colibrì" è un romanzo allo stesso tempo dolce e straziante, profondamente introspettivo e che affronta tematiche importanti e che offre spunti di riflessione. Sia che si legga il libro, sia che si guardi il film (ottimo sarebbe fare entrambi le cose), si uscirà d questa opera profondamente arricchiti. Assolutamente consigliato.


LO SCRITTORE:



Frasi dal libro "Il colibrì" di Sandro Veronesi

Rimarrà un sogno? Accadrà tutto? Accadrà qualcosa? Io sono qui e aspetto, non voglio fare niente, voglio che le cose accadono da sole.

Se alla mia vita togli tutte le cose superflue l'unica che rimane sei tu.

Si ritrovò con molto tempo libero e il tempo libero è una brutta bestia per le persone instabili.

Non essendo riuscito a fare le cose giuste, fece quella sbagliata.

Sono persone che hanno perso tutto, che sono rimaste sole al mondo...e devono vivere, perché così stabilisce il loro destino.

Lo psicologo viene rifiutato, specie da quelli che ne hanno più bisogno.

Proprio là dove si era illuso di indirizzare il suo futuro, il futuro non c'era.

Se una storia d'amore non finisce o nemmeno comincia essa continuerà a perseguitare la vita dei protagonisti con il suo nulla di cose non dette, azioni non compiute, baci non dati.

Lui l'aveva travolta con la favola che erano fatti l'uno per l'altra. Non erano fatti l'uno per l'altra. Nessuno è fatto per nessun altro, a dire il vero, e persone come lei non sono fatte nemmeno per se stesse. 

Lei gli aveva sempre mentito, ma lui aveva fatto di peggio: le aveva creduto.

L'infelicità rimane tale anche se diventa una scelta e se essa è l'unico vero prodotto di un matrimonio, è quella che ai figli si trasmette.

Di felicità non ce n'era mai stata nemmeno l'ombra: erano sempre stati infelici, anche prima di conoscersi. L'infelicità, loro due, l'avevano prodotta autonomamente, come certi organismi fanno col colesterolo.

Per l'ennesima volta si trovava dinanzi all' imprevisto e aveva imparato che l'imprevisto si doveva accettarlo.

Il liquido era l'habitat dal quale il bimbo proveniva e in quel liquido era immerso lui stesso, e provava sul proprio corpo in decadenza lo stesso sollievo che in quegli stessi istanti pervadeva quello sodo e muscoloso di sua figlia e quello tenero e nuovo di Miraijin. Era l'acqua a tenerli insieme, e a parlare, a rassicurare, a sapere.

Visto, papà? Si comincia bene: l'Uomo del Futuro è una donna.

Ho aperto il libro a caso ma , in realtà, non è stato a caso: l'ho aperto dove lui, il libro, voleva essere aperto.

Era brava, coscienziosa, affidabile, ce l'aveva fatta, e si trattava di un autentico miracolo, considerando quello che aveva passato da piccola, traumatizzata, con una madre pazza e un padre stupido che non aveva saputo proteggerla; col dolore che le grondava addosso da tutte le parti, roba da diventare disfunzionale per principio.

Poiché per colmare quel nulla nessuno fece nulla, nulla accade e nulla di risanò.

"È il mestiere mio, dopotutto, occuparmi delle fragilità nell'emergenza"
"In effetti l'emergenza c'è tutta"
"E, soprattutto, c'è la fragilità"

I bambini sono pazzeschi: percepiscono più quello che viene taciuto di quello che viene detto. Se lei si occupasse della bambina con il vuoto nel cuore, le trasmetterebbe quel vuoto. Se invece quel vuoto cerca di riempirlo, e non importa che ci riesca o no, allora le trasmetterebbe quello sforzo e, quello sforzo, semplicemente, è la vita.

Anche nella situazione più disastrosa, i desideri e i piaceri sopravvivono. Siamo noi che li censuriamo. Ti piace giocare a pallone? Giocaci. Ti piace camminare in riva al mare, mangiare la maionese, dipingerti le unghie, cantare? Fallo. Questo non risolverà nemmeno uno dei tuoi problemi, ma nemmeno li aggraverà e, nel frattempo, il tuo corpo si sarà sottratto alla dittatura del dolore.

Non dico che le tornerà la voglia di vivere. Probabilmente non le tornerà. Ma starà comunque vivendo.

Ormai riconosco al volo la voce degli psicoanalisti che mi parlano attraverso le persone che amo.

Così come una tragedia fa spesso saltare il patto che tiene insieme una famiglia unita, quella stessa tragedia può sortire l'effetto contrario se la famiglia è già esplosa, riavvicinando e i membri superstiti.

Questo stare sempre fermi, facendo tutta quella fatica, non è la cura, è la ferita.

Il fatto è che dietro al movimento è facile capire che c'è un motivo, mentre è più difficile capire che ce n'è uno anche dietro l'immobilità. Ma questo è perché il nostro tempo ha conferito sempre più valore al cambiamento, e il cambiamento è quello che vogliono tutti. Così, non c'è niente da fare, chi si muove è coraggioso e chi resta fermo è pavido, chi cambia è illuminato e chi non cambia è ottuso. Invece ci vogliono coraggio ed energia anche per restare fermi.

Tutti i cambiamenti che ho conosciuto, sono stati in peggio. Ognuno dei cambiamenti che ho subito, ha prodotto un urto tremendo, che mi ha spostato di peso, sbattendomi letteralmente un un'altra vita, e poi in un'altra, e poi in un'altra...vire alle quali ho dovuto adattarmi bruscamente. Capisci che io provi sollievo a trattenere quante più cose possibili?

Se io sono il colibrì, tu sei il leone o la gazzella di quel detto che sinceramente mi è sempre stato sui coglioni, quello dell'alzarsi ogni mattina e mettersi a correre, chiunque tu sia.

Il mio primo pensiero ora è per lei, il mio ultimo ora è ancora per lei, e in mezzo ci sono altri pensieri per lei. Solo così mi è possibile vivere ora.

Ormai era chiaro: la sua vita aveva uno scopo. Le dolorose vicissitudini che l'avevano segnata, avevano pure esse uno scopo, nulla gli era capitato per caso.

Solo al momento giusto, cioè in quello più buio, la sua mente si è illuminata.

Coltiva ciò che ti piace ma non fartene divorare.

Non farti mettere fretta dalla bellezza che erompe, dà tempo al tempo, abbi fiducia. Ti innamorerai, sarai insicura, dirai di no, sarai sicura, dirai di sì, sarai felice, sarai infelice, sarai di nuovo felice, tutto accadrà quando sarà tempo. 

Tutto il dolore provato non gli ha mai impedito di godere dei momenti come questo, in cui tutto sembra perfetto.

Quante persone sono seppellite dentro di noi?








giovedì 14 agosto 2025

"Ogni giorno un miracolo" Alberto Simone (2019)

 



LA TRAMA:
Quella che stai per leggere è una specie di storia d’amore, o meglio, la condivisione di un innamoramento. L’innamorato sono io e l’amata è la vita. Stiamo insieme ormai da qualche tempo e, a essere sinceri, tra noi non è stato sempre tutto rose e fiori. Abbiamo avuto i nostri contrasti e le nostre incomprensioni, ma in fondo la cosa più difficile è stata capire il modo, a volte incomprensibile, in cui la vita sceglie di amarti. Alla fine credo di avere compreso cosa volesse davvero da me: una resa incondizionata al suo amore, comunque scelga di manifestarlo, perché, contrariamente alle mie pretese, è sempre lei che conduce la danza, in totale autonomia. Tutti noi vorremmo evitare la sofferenza, la separazione e le molte cose spiacevoli che la vita potrebbe mettere sul nostro cammino, ma nulla e nessuno ci può garantire che questo accada. La sola libertà che la vita ci concede è quella di goderci comunque il viaggio, se ne siamo capaci. Quindi ti chiederò di provare a conoscerla più intimamente, e poi di lasciarti andare. L’idea della resa alla potenza della vita può fare paura, ma quando la capisci e la accetti, quello è il momento in cui togli il piede dal freno e cominci a vivere pienamente, in cui diventi capace di amare nello stesso modo i giorni di sole e quelli di tempesta. E finalmente comprendi che ogni giorno è un miracolo.


IL MIO GIUDIZIO:
Alberto Simone è noto ai più come regista e sceneggiatore televisivo ma è anche uno psicoterapeuta che si occupa di spiritualità. 

Qualche anno fa,  avevo letto un altro suo libro intitolato "La felicità sul comodino" ed era stato illuminante. Ciò che apprezzo particolarmente in Simone, oltre al suo modo di esporre chiaro e semplice (avvalendosi, talvolta, di storielle allegoriche) è che ben consapevole che ciò che riguarda il mondo spirituale non è scientificamente dimostrabile (anche se la fisica quantistica sta dando sempre più conferme a riguardo) e non ha la pretesa di voler convincere nessuno delle sue idee: lui le espone poi, chi vuole crederci deve compiere un atto di fede, altrimenti liberissimo di pensarla diversamente. 

Molte persone, per ateismo, perché in qualità di persone adulte siamo portate a usare la logica e ad essere iper razionali, o più semplicemente per egocentrismo, sono convinte che tutto ciò che gli accade, nel bene e nel male, sia merito o demerito loro. Invece, come spiega l'autore, sono sì importanti l'intenzione e l'impegno ma, a determinare la realizzazione di un obiettivo entrano in gioco altre energie sottili e invisibili che regolano l'Universo. 

Chi ha letto "I promessi sposi" ricorderà come Lucia e Agnese si affidino sempre alla Provvidenza...ecco, Provvidenza, o Dio, o Universo, Destino, Fato (ognuno può chiamarlo come preferisce) non sono altro che queste forze superiori che intervengo per farci realizzare qualcosa. Ma anche per non farlo realizzare: siamo portati a definire "fallimento" il non ottenere ciò che desideriamo ma, in realtà, questo succede perché quello che volevano non era bene per noi, avevamo un insegnamento da apprendere e, deviando il percorso, queste entità superiori ci conducono verso ciò che è davvero meglio per il nostro futuro. E lo capiremo solo col senno di poi. Però, in un caso o nell'altro, è importante una parola purtroppo ancora in disuso: la gratitudine.

Un'altro punto su cui Simone si focalizza, è che l'essere umano è creato da 3 parti (il corpo, l'anima e la mente) e a tutti e 3 deve essere riservata la stessa importanza. Spesso, al primo accenno di malessere fisico o emotivo, ricorriamo all' analgesico o al tranquillante quando, in realtà, il dolore è il modo che ha l'anima di farci comprendere che qualcosa non va. Le malattie non sono altro che la risposta fisica di un disagio interiore a cui va prestata attenzione e, anche quando proviamo ansia o angoscia in una determinata situazione, in un certo posto o con una specifica persona, dobbiamo comprendere cosa questa ansia voglia dirci. Il più delle volte sta a significare (e l'ho sperimentato su me stessa) che quella situazione, quel luogo o quelle persone non sono più per noi, non contribuiscono alla nostra crescita...magari lo erano fino al giorno prima ma, siccome tutto cambia, adesso non lo sono più e, per il nostro sviluppo evolutivo è bene per noi allontanarsi da esse. 

Si focalizza poi sulla potenza del pensiero: se puoi pensarlo puoi farlo. Ogni cosa, prima di essere realizzata (da andare sulla Luna, alla scoperta della teoria della relatività, alla creazione di Google, giusto per fare qualche esempio) è stata prima pensata, poi messa in pratica, quindi è il pensiero che crea la realtà non viceversa. E, per ottenere grandi risultati, è necessario scardinare le credenze limitanti di scarsità e sognare in grande. 

Affronta poi il tema dell' abbondanza che nell'Universo è a disposizione di tutti ma siamo noi, con i nostri limiti mentali a non crederlo possibile. Ci invita a vedere questi limiti e gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino come dei punti di forza per attuare un cambiamento. 

Ci parla anche di Dio, non visto come il classico vecchio con la barba ma come Fonte Universale, quell'energia in cui siamo immersi e di cui facciamo parte. "Siamo i batteri di Dio", così ci definisce, facendo il paragone con i batteri che colonizzano il nostro corpo e che vedono in lui una sorta di "universo". Dio, l'energia che ha creato il meraviglioso mondo dove viviamo dove tutto è straordinariamente perfetto, concatenato ed in continua evoluzione, dove spirito e materia non sono due entità divise e separate ma sono indissolubilmente concatenate l'una all'altra, e dove la morte non è la fine di niente ma soltanto una sorta di passaggio, di upgrade, verso un'altra dimensione, quella da cui, come anime, proveniamo e che, da essere incarnati, non possiamo ancora comprendere ma soltanto immaginare.



IL MIO VOTO:
Un vademecum da portare sempre con sé, da leggere e rileggere, un inno alla gioia e alla positività che invita a guardare il mondo da un'altra prospettiva ma, soprattutto, che invita a guardare dentro se stessi perché è lì che si nascondono tutte le risposte ed è lì che possiamo trovare la vera felicità. Consigliato!


LO SCRITTORE: