sabato 22 marzo 2025

"La simmetria dei desideri" Eshkol Nevo (2010)


 LA TRAMA:
Quattro amici guardano in televisione la finale dei Mondiali di calcio del 1998. Non hanno ancora trent’anni e hanno condiviso gli studi e l’esercito, le speranze e le disillusioni, gli amori e le avventure della giovinezza.
Amichai vende polizze mediche ai malati di cuore, è sposato con Liana la piagnona, ha due gemelli e riversa tutta la sua vitalità sugli amici. Ofir invece spreca talmente la sua inventiva per le agenzie pubblicitarie con cui lavora che, quando la compagnia si riunisce, tace e parla poco. Churchill è un avvocato brillante e di successo, capace di sedurre chiunque gli capiti a tiro. Yuval, il narratore, ha un’educazione umanistica ed è affascinato dalle parole. Durante la partita, Amichai ha un’idea: perché non scrivere i propri desideri, i propri sogni per il futuro su dei foglietti e poi nasconderli aspettando la prossima finale dei Mondiali per vedere se si sono realizzati?
Yuval ha da poco incontrato Yaara. L’ha vista alla mensa dell’università. Leggeva un libro e ogni volta che voltava pagina si toccava leggermente la lingua con un dito. Un gesto da bibliotecaria, ma irresistibilmente sexy. E poi uno scambio di chiacchiere, di numeri di telefono, una chiamata notturna e un bacio. Nel bigliettino Yuval scrive: “Ai prossimi Mondiali voglio stare ancora con Yaara. Ai prossimi Mondiali voglio essere sposato con Yaara. Ai prossimi Mondiali voglio avere un figlio con Yaara, magari una femmina”.
Qualche settimana dopo Yaara lo lascia, lo tradisce con Churchill, l’amico carismatico.
Ma la compagnia non si scioglierà, l’amicizia di Amichai, Ofir, Churchill e Yuval non finirà.
Sullo sfondo, Israele è alle prese con la seconda intifada, dopo aver rimosso la prima e aver fatto della repressione una norma. I quattro protagonisti non possono fare a meno di interrogarsi sul proprio futuro. In una società così tesa ed esausta, in una realtà simile, è davvero possibile realizzare i propri desideri?


IL MIO GIUDIZIO:
Ho scoperto questo libro per caso: tempo fa, vidi in televisione un film diretto da Nanni Moretti, interpretato da un bel caleidoscopio di attori italiani, intitolato "Tre piani", tratto dall'omonima opera di Eshkol Nevo. Andai così a cercare questo autore, di origine israeliana, e fui colpita da quest'altro romanzo sempre da lui scritto:"La simmetria dei desideri". 

Un gruppo di 4 amici, non ancora trentenni e molto affiatati fra di loro, durante la finale del campionato mondiale di calcio del 1998, decide di fare un gioco: scriveranno su un bigliettino dei desideri che vorrebbero vedere realizzati ai prossimi mondiali, quelli del 2002 e, soltanto in quella data, sveleranno agli altri cosa avevano scritto e se i desideri si sono realizzati. Uno di loro, Yuval, scrive che vorrebbe essere ancora insieme a Yaara, una ragazza che frequenta da poco e di cui è perdutamente innamorato, che vorrebbe averla sposata ed avere un figlio con lei. Poche settimane dopo, però, Yaara lo lascia per mettersi proprio con un altro ragazzo della compagnia, lo scaltro e affascinante Alimi, detto Churchill. 

Non sarà però una donna, a differenza dei Beatles, a porre fine all'amicizia dei ragazzi e il loro rapporto proseguirà, nonostante la delusione e il grave torto perpetrato da Churchill ai danni di Yuval, trovandoli uniti ad affrontare gli eventi non sempre gioiosi che la vita pone davanti; perché tutti e quattro sentono di appartenere a qualcosa solo quando sono insieme. E, siccome, "gli amici sono un'oasi nel deserto che ti fa dimenticare il deserto", tutto il resto sparisce di fronte alla loro amicizia, persino la seconda intifada a cui, nel romanzo, si fanno sporadicamente solo brevi, rari, accenni.

La storia, sottoforma di opera letteraria, è scritta e raccontata proprio da Yuval ma, essendo  impossibilitato a farlo (da come ne parlano, si ha l'impressione che sia morto), sarà proprio il suo "amico/rivale" Churchill a revisionarla, nonostante sia ben consapevole che, per ovvie ragioni, Yuval non ha sempre parlato bene di lui.

Oltre a Churchill, spregiudicato procuratore legale, e Yuval, ragazzo pessimista, malinconico e senza grosse ambizioni, ci sono Ofir, pubblicitario che, dopo l'incontro con Maria, si dedica alle pratiche olistiche ed Amichai, che vende polizze mediche, è sposato con Liana "la piagnona" ed è padre di due gemelli.

L'opera, inizialmente corale, si focalizza in seconda battuta proprio sulla figura di Yuval, il narratore,  come dicevo prima ragazzo molto fragile e insicuro, a partire dalla sua bassa statura che gli crea non pochi complessi, con una tendenza alla drammatizzazione e a somatizzare gli eventi, tanto è vero che soffre di asma psicosomatica, e che non ha veri scopi da realizzare. Il punto focale della sua vita è Yaara ma, dal momento in cui realizza di averla persa definitivamente e che, mentre i suoi amici hanno trovato il loro posto nel mondo, si stanno realizzando e  mettendo su famiglia, lui è irrimediabilmente solo, cade in uno stato di prostrazione profonda, in un imbuto cosmico da cui non riesce a riemergere, portandolo a meditare l'idea del suicidio. Non escludo che, anche lo stesso Nevo, abbia sofferto del male dell'anima perché descrive perfettamente lo stato di abbattimento ed il senso di inutilità in cui ti fa piombare la depressione, la stanchezza perenne e la fatica a svolgere anche le seppur basilari attività.

Nonostante sia a tratti un po' lento e non sempre sia facile immergersi in una realtà così diversa dalla nostra come quella israeliana, ho trovato questo libro intenso e delicato. Gli scrittori israeliani, c'è da riconoscerlo (e mi riferisco anche a David Grossman, di cui ho letto diverse opere), forse per il particolare contesto in cui si trovano a vivere, hanno un'introspezione e una sensibilità assai marcata, che non è alla portata di tutti; solamente chi ha un'indole profonda può apprezzarli come merita, altrimenti il rischio che questo romanzo venga abbandonato dopo poche pagine è alto.

Io, personalmente, ne sono rimasta entusiasta: mi è piaciuta la storia, mi sono affezionata ai protagonisti e, nonostante Yuval sia la persona a cui mi senta più affine, ho ritrovato qualcosa di mio anche in tutti gli altri personaggi. 

Mi sono piaciuti i riferimenti e gli agganci alla filosofia e, soprattutto, mi è piaciuta l'importanza che viene data alla scrittura. Le parole, vergate nero su bianco, infatti, hanno la capacità di cristallizzare gli eventi ma anche quella di rendere lo scrittore sceneggiatore e regista della propria realtà: Churchill, nelle sue note a margine, ci tiene a specificare come, molti dei dialoghi presenti nel libro, non siano mai avvenuti perché, di fatto, Yuval era un ragazzo estremamente silenzioso e taciturno e come, se ognuno di loro avesse potuto scrivere un suo libro sugli stessi eventi, sarebbero uscite 4 opere differenti, perché ognuno avrebbe raccontato gli episodi in base alla propria percezione.

L'unico appunto che mi sento di fare è a livello stilistico, ma non è colpa di  Nevo, bensì di chi si è occupato della traduzione, in quanto ci sono purtroppo molti errori ortografici e refusi, i nomi dei personaggi vengono confusi più volte, i dialoghi non sono virgolettati e, avendolo letto in formato Kindle, le note a margine sono poste in mezzo al capitolo, rendendo la lettura complicata.


*** SPOILER ALERT ***
Perché si intitola "La simmetria dei desideri"?
Perché nessuno riesce a realizzare il desiderio che ha scritto sui bigliettini ma, per ironia della sorte, ognuno realizzerà il desiderio di un amico:
- Yuval voleva sposare Yaara e avere una figlia con lei. Sarà Churchill a sposare Yaara e ad avere una figlia con lei
- Churchill voleva essere parte attiva in un importante cambiamento sociale. Sarà Amichai a dare vita alla significativa associazione in memoria di Liana.
- Amichai voleva aprire una scuola di massaggi shiatsu. Sarà Ofir a dedicarsi alle pratiche olistiche.
- Ofir voleva scrivere un libro sulle vicende dei suoi amici. Sarà Yuval a farlo.



IL MIO VOTO:
Opera intensa e originale, a tratti lenta ma coinvolgente. Soprattutto molto delicata e introspettiva, come gli autori israeliani sanno essere. A me è piaciuta tantissimo ma credo possa essere compresa e apprezzata solo da chi ha un animo sensibile e profondo.


LO SCRITTORE:




Frasi dal libro "La simmetria dei desideri" di Eshkol Nevo

Sapete qual è la vera fortuna? Esserci l'uno per l'altro.

Definire accuratamente l'obiettivo significa già essere a metà strada per raggiungerlo.

Io non voglio niente. Sono privo di sprone. Sono un cavallo che resta nel box, che preferisce osservare gli altri cavalli che competono, piuttosto che partire al galoppo.

Qualcosa fondamentalmente è sballato in ognuno di noi, no? Per il semplice fatto che siamo esseri umani.

Solo immersi nella natura è possibile cogliere il vero ritmo del mondo e assumerlo in sé.

La massima chiarezza interiore si raggiunge dedicandosi totalmente al prossimo.

Ci poniamo delle mete e ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate.

Quando ti succedono casi come questo, capisci che è meglio accettare quello che la vita ti porta, inserirsi nel suo flusso naturale, invece di importi alla realtà. Perché, comunque...tutto è possibile.

Se pensa che il cambiamento la renderà felice, vale la pena di farlo, perché le cose che ci rendono felici non sempre hanno una spiegazione e non devono per forza essere ragionevoli.

Bisogna ricordare, ricordare sempre, che alla fine la primavera arriva.

"Ci vuole molto coraggio per fare quello che hai fatto tu", le ho detto.
"Alla fine non è più coraggio, è mancanza di scelta", ha detto lei.
Forse nella vita va così: bisogna soffrire, arrivare fino in fondo, per trovare la forza di cambiare.

Questa è proprio la definizione dell'amicizia: un'oasi che ci permette di dimenticare il deserto...o una zattera le cui assi di tengono unire.

È più facile fantasticare sugli amori del passato che non cercare di amare veramente.

Il buio era pericoloso per lei: aveva paura che il buio le strisciasse dentro, riempiendola tutta.

Nel settore pubblico funziona così: il malato è un impiccio e gli accompagnatori che lo seguono sono un ostacolo.

Un medico studia per 12 anni per ricevere l'abilitazione, e per tutto quel tempo non riceve alcuna preparazione sull'atteggiamento da tenere con i pazienti. Perciò ci sono quelli che hanno una capacità istintiva di trattarli umanamente e altri che non lo sanno fare. Di conseguenza, invece che essere un principio basilare, diventa una roulette...che dottore ti capiterà stavolta e se questa notte ha dormito abbastanza.

Bisogna considerare l'uomo olisticamente, non come un insieme di sintomi.

Nimrod se la cava. Piange. Dice che ha nostalgia della madre. Come deve essere. Chi mi preoccupa è Noam. Lui è troppo tranquillo, si tiene tutto dentro. È very bad per un bambino. Ma è very bad anche per un adulto.

L'animo umano è infinitamente solo nel dolore. L'unico modo per penetrare questa solitudine privata e toccarla è un amore incondizionato.

Sei arrivato al momento giusto. Sei arrivato un attimo prima della disperazione. E per fortuna che sei arrivato tu, fra tutti. Perché nessuno è capace più di te di ricordarmi che al mondo esiste il bene.

"Hai voglia di parlare?"
"Vorrei...ma fa male"

La prima telefonata dopo che ti è successo qualcosa di molto allegro o di tremendamente triste ti viene dalla pancia, non dal cervello, e la fai alla persona che senti più vicina e amica.

Ciascuno riscrive la sua vita quando la racconta a se stesso, no?

Io ero piccolo e non capivo niente ma sentivo solamente che mi mancava l'ossigeno, soprattutto quando erano presenti entrambi i miei genitori.

L'importante era che, alla fine della giornata, ci infilassimo nello stesso letto, a parlare. Che la sua saggezza illuminasse di luce nuova tutto quello che mi era capitato nel corso della giornata. E adesso? Adesso mi infilo nel letto da solo. E nulla ha senso. Nulla.

Qualsiasi domanda avessimo posto e qualsiasi risposta avessimo dato, sarebbe stata soffiata dal vento fino a Bob Dylan.

Se una persona è in grado di ridere di sé stessa, allora ha ancora qualche speranza.

Quando ero piccolo, mio padre mi chiamava "aquilone". Ogni volta che mi immergevo nei miei pensieri, lui tirava un filo sottile e invisibile per radicarmi a terra.

Se c'è una cosa che detesto sono le cover: mi lasciano sempre un senso di nostalgia per l'originale.

"L'ego non porta alla felicità, solo alla frustrazione. Perché l'ego non è mai soddisfatto, pretende sempre di più. E io non voglio vivere così, sempre sul bordo dell' abisso."
"E allora cosa vuoi?"
"Esserci per gli altri. Dare. Ascoltare il corpo. Curare."

Tu non hai uno scopo. Tutto quello che hai raccontato di te fino a ora, mi ha convinto che procedi nella tua vita alla cieca, senza mappare i tuoi desideri e le tue possibilità.

Il mio scopo è trovare un compagno serio e quanto non porta in quella direzione è una perdita di tempo.

Sei un caso paradigmatico di modello del treno di fronte. Quando il tuo treno è fermo in stazione e il treno di fronte inizia a muoversi, ti sembra che il tuo treno si muova. In realtà però non si muove, è solo un'illusione ottica. Quello che sto cercando di dirti è che, forse, vivi la vita degli altri invece che la tua.

Quando un pessimista ha ragione non gioisce. Una minuscola gocciolina amara gli tocca la lingua. Niente di più.

Non ero felice. Non ero tranquilla con lui. Discutevamo di continuo e non per questioni di principio. Per stupidaggini. Una cosa spossante perché ogni litigio ti inietta altro veleno nel sangue. Non voglio più piangere. Ho pianto troppe volte. Troppe volte mi sono sentita sola. Troppe volte ho sentito la nostra casa una prigione. E troppe volte sono rimasta distesa accanto a lui senza riuscire a dormire. Non dovrebbe essere così. L'amore dovrebbe essere una cosa bella, no?

"Sono sballata. C'è qualcosa di essenzialmente sbagliato in me"
"Siamo tutti sballati per il semplice fatto che siamo esseri umani"
"Ma io di più. Tutte le persone con le quali mi sono rapportata mi hanno sempre fatto male. Evidentemente in me c'è qualcosa che attira il male, che vuole il male"

Non è successo niente in questi anni. Tranne te. Mi alzavo la mattina, incontravo gente, compravo la frutta e non sentivo niente, oltre la nostalgia per te.

Le parole possono ingannare, i pensieri possono sconvolgere ma il corpo...il corpo sa.

Io non potevo farla soffrire come lei ne aveva bisogno e lei, anche se forse voleva crederci, non avrebbe resistito più di qualche ora con l'amore inequivocabile che io ho da dare. Perché dopo qualche ora lei comincia a sentirsi inquieta. Cerca di nasconderlo ma io, con i miei sensi troppo acuti, colgo lo sguardo sfuggente. E questo mi svigorisce, mi porta a temere di perderla. E allora diventa più inequivocabile. La amo ancora di più. Non sono così con nessun altra donna, solo con lei. Ma lei non riesce ad accettarlo. Non a lungo. E neanche io posso, a lungo, svigorirmi. Questo è il nostro cerchio. Un cerchio che, comunque lo rigiriamo, resterà sempre chiuso, tenendoci prigionieri finché non saremo costretti a sfondarlo. Per scappare.

Se a ciascuno di noi amici venisse chiesto di raccontare la storia degli ultimi 4 anni, con tutta probabilità ne risulterebbero 4 libri totalmente differenti.

È l'amore. È stato l'amore di lei a cambiarlo. È stata lei a tranquillizzarlo. A dargli una famiglia. L'ha abbracciato talmente forte che lui non ha avuto altra scelta che smettere di agitarsi dentro quell'abbraccio.

Il tumulto della città che mi invadente riduce al silenzio il mio tumulto interiore.

Gli amici vanno e vengono, sono gli amori che restano.

Lei era la musica verso cui dirigermi, tornavo sempre nella sua direzione, ogni volta che calavano le tenebre. La speranza che sarebbe tornata da me aveva risuonato tutto quel tempo, a basso volume, ma costantemente. Ora la musica taceva. Intorno a me, l'oscurità. Era come se mi andassi riducendo di giorno in giorno. Era come se le tapparelle alle finestre delle stanze del mio cuore si fossero rotte. Impossibile alzarle. Era come se stessi bruciando dentro, ma con un fuoco freddo. Era più smog che nebbia. Era come se il letto dormisse dentro di me e non io dentro il letto. Erano peso di piombo. Catene di ferro. Fiori di plastica.

Durante quelle settimane ho dormito molto e quando non dormivo avrei voluto dormire. Erano anni che aspettavo quella caduta, che combattevo contro la forza di gravità e forse per una volta dovevo semplicemente lasciarmi andare.

Ho perso la capacità fondamentale di guardare la mia vita dall'esterno e riderci sopra.

È impossibile cancellare davvero le macchie del passato, si riesce solo ad attenuarle e i peccati sono come un virus, aspettano un tuo momento di debolezza per attaccare e pretendere il castigo.

Proprio tipico portare avanti un'intera relazione con una ragazza senza che lei nemmeno lo sappia, coltivare in cuore tuo il pensiero che un giorno, quando tu sarai disponibile, lo sarà anche lei. Senza prenderti il fastidio di controllare se la realtà ha qualcosa da aggiungere.

Ogni piccola azione: andare in bagno, versare un bicchiere d'acqua, spegnere la televisione, mi costava fatica quanto spingere un masso su per un pendio di montagna. Nonostante fossi tentato non ho chiamato i miei amici perché avevo la sensazione che da quell'abisso dovessi uscirci da solo. Cretinate. È una spiegazione boriosa che invento a posteriori. Non li ho chiamati perché non me la sentivo di farmi vedere in quelle condizioni. No, anche questa è una copertura. Non li ho chiamati perché sono una persona sola a un livello che stento a spiegare anche a me stesso. Sono una persona sola che ha molti amici. Una persona sola che ha imparato a stare al mondo come se fosse socievole, ma nei momenti dolorosi si ritrae sempre nella sua posizione di partenza.

Hai gli occhi che pensano, lo sai?

Può un uomo vedere se stesso? Vedere se stesso veramente?

Ero io a scrivere. Ero io a tirare i fili trasparenti, ero io a spostarli da un posto all'altro, a decidere che aspetto avevano, quando avrebbero parlato e quando invece si sarebbero morsi le labbra. Ho attribuito a me stesso le righe più belle, le più intelligenti, per compensare il fatto che, in realtà, durante la maggior parte dei nostri incontri, facevo tenendo nascosti i miei piccoli pensieri amari o i miei piccoli pensieri generosi. Ora tutti quei pensieri si erano liberati dalle manette dell'autocontrollo, erano evasi dalla loro prigione e ballavano
 la danza della libertà nell' enorme spazio bianco del foglio.

Emanava una serenità interiore, come se ben conoscesse il nucleo della sua essenza e non avesse bisogno di conferme a riguardo.

A volte, tenersi le cose per sé da forza, non credi?

È molto più facile perdere un cliente che acquistarne uno nuovo.



Proprio nel fatto che, per tutta la conversazione, non avesse tentato in alcun modo di affascinarmi e di impressionarmi, c'era qualcosa di affascinante e di impressionante.

Ho capito che stavo sprecando tempo, e di tempo da sprecare non ne avevo.

Ha molte capacità, ma la capacità di essere felice non è fra quelle.

Scrivere un libro non è facile, ma ce l'ho fatta. Sono uscito dal mio recinto e sono andato avanti a galoppare senza che mi finisse l'ossigeno. E se l'ho fatto una volta significa che posso farlo di nuovo. Posso liberarmi dalle mie catene. Dal pessimismo paludoso. Posso cambiare. Rivelarmi. Trovate uno scopo.

Gli amici sono un'oasi nel deserto che permette di dimenticare il deserto.

Dopo quanti cambiamenti un testo perde la sua essenza originaria? Non lo so.







lunedì 3 febbraio 2025

"La non mamma" Susanna Tartaro (2021)

LA TRAMA:
Susanna è una donna, una figlia, una compagna, un'amante. Ha un lavoro che l'appassiona, un'allegria semplicissima, il talento di scoprire sorprese in ogni dove. Come ciascuno di noi, "non è" un'infinità di cose, e naturalmente è tante altre. Eppure nella sua vita c'è uno spartiacque: è una non mamma, appunto. Perché essere o non essere madri, che sia per scelta o per caso, per desiderio o per impossibilità, nel nostro mondo definisce le donne come persone. Questo libro racconta la libertà, che non è certo una cosa semplice. La donna che dice "io" in queste pagine è libera di gestire il proprio tempo, racchiuso in un perimetro del tutto personale. Libera di investire su se stessa, di divertirsi e immalinconirsi, di fare programmi e poi cambiarli. Libera di sentirsi sola, di osservare a fondo, di interrogarsi, di comporre. Allora sale a bordo del suo motorino e si muove per le strade di Roma, catturando epifanie, piccoli momenti luminosi. Come gli scatti fotografici che si fanno d'istinto con il cellulare, quando una cosa ci colpisce così tanto da volerla avere sempre in tasca. Ed è proprio questa libertà che in punta di penna si fa poesia, permettendo alle parole di adagiarsi lievi ma mai spensierate sulle cose. Susanna Tartaro ci mostra la bellezza e la meraviglia di accogliere la vita, scrivendo prima di tutto con gli occhi. Perché, in fondo, si può essere genitori in tanti modi, a volte basta solo guardarsi intorno. La non mamma ha un "non" davanti, che sta acceso come un faro. Ci sarà sempre qualcuno che le dice:"Tu non puoi capire".a quante cose vedono i suoi occhi liberi e leggeri, mentre attraversa Roma in motorino, coi capelli al vento e il dono raro di trasformare ogni angolo, ogni faccia, in poesia.




IL MIO GIUDIZIO:
Ho deciso di leggere questo libro, attratta dal titolo, in cui mi sono riconosciuta: anche io sono una childfree, una "non mamma" per scelta, e anche io ho dedicato un capitolo del mio secondo libro "A briglia sciolta" alla mancata maternità. Per cui credevo di ritrovare in questa opera le tematiche che avevo affrontato pure io, ovvero i motivi che mi avevano portato a questa scelta, i vantaggi del non avere figli e, soprattutto, le continue e ripetute ingerenze da parte degli altri, chi per criticare e giudicare la mia sacrosanta decisione, chi per dare consigli non richiesti, partendo dal presupposto che 'sti benedetti bambini non fossi riuscita ad averli... perché, purtroppo, nella testa dei più non è ancora entrato il concetto che una donna possa coscientemente scegliere di non partorire. 

Tutto questo, quindi, pensavo di trovare nel libro e invece, niente, nada de nada: il titolo è soltanto uno specchietto per le allodole. Nelle primissime righe, l'autrice scrive di essere una "non mamma" e quindi di poter fare ciò che vuole, dopodiché parte con una serie di pensieri, ricordi e divagazioni che con la maternità non hanno nulla a che vedere. A questo punto, credo, sarebbe stato meglio fare ciò che ho fatto io con i miei libri: un'antologia di racconti e riflessioni, ognuno col suo proprio titolo.

Al di là di ciò, i contenuti sono di una basicità disarmante, sembrano scritti da una ragazzina delle elementari...stessa critica che era stata mossa a Frank McCourt in "Le ceneri di Angela" ma lì era una cosa voluta, lì l'autore aveva voluto raccontare la sua infanzia, rivivendola con gli occhi del bambino che era stato; qui sono soltanto discorsi disconnessi, talvolta non si capisce proprio di cosa stia parlando. Potrei quasi definirla un'opera onirica incentrata sull'attenzione al dettaglio, per non volerla stroncare del tutto. 

Generalmente, quando un libro non mi convince, lo abbandono a se stesso, ma stavolta ho voluto fare un' eccezione alla regola, sia perché era piuttosto corto (poco più di 100 pagine), sia perché volevo vedere dove  volesse andare a parare e se, prima o poi, tutti questi discorsi senza capo né coda si sarebbero ricollegati in qualche modo alla sua decisione di non avere figli. Invece niente, una delusione totale. 

Per principio, non mi piace denigrare le opere altrui, scrivo anche io e so quanto lavoro, tempo e passione ci siano dietro la stesura di un libro. Preferisco sempre dire che un'opera non sia stata di mio gradimento, sottolineando che è un parere personale, non un imperativo categorico. E purtroppo "La non mamma" è uno di quei casi. 

PS: Per curiosità, ho fatto qualcosa che non faccio mai: dopo aver scritto la mia recensione, sono andata su Amazon a leggere quelle degli altri lettori e, in linea di massima, hanno espresso anche loro la propria perplessità sull'incongruenza del titolo e sulla banalità dei contenuti, privi di qualsivoglia filo conduttore.


IL MIO VOTO:
Credevo fosse un libro dedicato alle motivazioni che avevano spinto l'autrice a non fare figli e sul come vivesse il suo essere childfree in una società che ancora ci vuole madri a tutti i costi, invece mi sono trovata davanti a una serie di pensieri e riflessioni scritti in maniera basica, confusa, disconnessa e totalmente fuori dal contesto del titolo. Personalmente non mi è piaciuto. Peccato.


LA SCRITTRICE:




martedì 28 gennaio 2025

"Io viaggio da sola" Maria Perosino (2022)


 LA TRAMA:
Queste pagine sono un corso di autostima, un racconto divertente, un diario involontario, un manuale. Sono soprattutto pagine vive, effervescenti e fanno meglio di una seduta dall' analista. Se sei giù, ti fanno venire voglia di metterti in ghingheri e uscire. Ti fanno venire il sospetto che là fuori, in mezzo alla gente e alle cose che ancora non conosci, si giochi una parte importante della partita. Viaggiare da sole significa buttarsi con curiosità nei luoghi in cui capita di trovarsi per scelta o per fuga. Significa cambiare valigia, scegliere l'albergo giusto, mangiare a un tavolo per uno senza sentirsi tristi. Anche da sole si può prendere un aperitivo sulla terrazza di un bar di Istanbul, guardando il Bosforo. E dirsi che, certo, per mangiare le ostriche sarebbe meglio essere in due ma, in fondo, la scelta peggiore sarebbe non mangiarle affatto. Grazie alla forza dei pensieri e della scrittura, le pagine di questo libro trasmettono un'energia davvero contagiosa e ti spingono a partire, preoccupandoti solo di aprire le porte e non di chiudere casa.

IL MIO GIUDIZIO:
Ho scoperto questo libro, un po' di nicchia devo dire, tramite un gruppo di lettura in cui sono iscritta su Facebook e ho deciso di leggerlo, attratta dal titolo, sia perché anche io, solitaria di natura, spesso mi trovo a fare da sola cose che, generalmente, vengono fatte in coppia o in gruppo; sia perché mi ha sempre incuriosito chi viaggia da solo: sono dell'idea che chi si nutra prevalentemente della compagnia di se stesso, abbia tanto da raccontare.

L'autrice, che ho poi scoperto essere scomparsa a soli 54 anni, nel 2014, è stata un'esperta di arte e già per questo si è trovata a dover viaggiare molto. Avendo perso prematuramente il suo compagno, ha dovuto però imparare a farlo perlopiù in solitaria e, in questa sorta di vademecum, o diario di bordo, vuole spiegarci come, il fatto di essere una donna sola, non vada ad inficiare il poter viaggiare in totale autonomia, traendone il massimo beneficio. Così, la solitudine, più che uno stato d'animo, viene vista come uno stato di famiglia e, più che fare di necessità virtù, bisogna imparare a fare della solitudine un valore aggiunto, ovvero sublimare un momento difficile per trarne il massimo beneficio: quello di imparare a godere della compagnia dell'unica persona che ci resterà accanto per tutta la vita, noi stessi. Perciò, "Io viaggio da sola", più che un racconto di avventure, si può configurare come una sorta di manuale di life coaching.

Per Maria, la sua pur breve vita è stata un lungo viaggio: ha iniziato a farlo a 14 anni, inizialmente in compagnia, e non ha più smesso. Successivamente, con la prematura perdita del compagno, ha incentivato gli spostamenti, stavolta in solitaria, per fuggire dal dolore e ricostruirsi, imparando a mettere radici ovunque e a fare dell'altrove la sua casa. Del resto, come ci spiega lei stessa, non c'è nessuna limitazione nel viaggiare da soli, se non quella di avere qualcuno che ci controlli i bagagli se abbiamo necessità di andare alla toilette. Che si resti a casa o che si decida di partire, saremmo sole in ogni caso, quindi tanto vale trattarsi bene: se abbiamo voglia di fare qualcosa, anche se non abbiamo nessuno con cui condividere l'esperienza, dobbiamo comunque farla, perché non sapremo mai se quell'occasione si potrà ripresentare...ergo meglio mangiare, ad esempio, delle ostriche in solitudine che non mangiarle per niente.

Il libro spazia dai consigli su come fare e disfare il trolley (la migliore invenzione per la donna dopo la pillola, a detta dell'autrice) senza impazzire e avendo sempre a disposizione ciò che serve a come scegliere il ristorante giusto che ti sfami senza appesantirti né farti spendere un'eresia. Dispensa anche consigli amorosi su come affrontare la fine di una relazione, su come farsi compagnia da sole, invitandosi a cena o a un aperitivo, acchittate come se stessimo uscendo con qualcuno di riguardo, cosa che poi è vera, dato che persona più importante di noi stesse non esiste.

C'è poi una lunga parentesi sui treni, che sono il mezzo in cui la Perosino predilige viaggiare, dove si è soli ma non si è mai da soli veramente, e dove si può riposarsi come leggere, guardare il panorama fuori dal finestrino come ascoltare le chiacchiere degli altri viaggiatori, oppure interagire con loro. 
Avendone presi veramente tanti, anche in questo caso ci suggerisce quali siano le tratte da evitare perché perennemente in ritardo o malfunzionanti (ad esempio quelle della Liguria...e ne so qualcosa!), oppure come fare per "adescare" un tizio in stazione che ci aiuti a caricare sul vagone i nostri innumerevoli bagagli perché, si sa, ogni donna, quando viaggia, si porta dietro la casa.

Con una scrittura diretta, decisa, asciutta e a tratti ironica, quest'opera si lascia leggere bene anche se, in certi punti, la scrittrice diventa un po' troppo snob, sottolineando il fatto di essere benestante (e dando del poveraccio a chi, in hotel, arraffa il più possibile dal buffet della colazione per farci anche il pranzo) e vantandosi della sua intellettualità, paragonandosi spesso (e talvolta sminuendola), a sua sorella minore, molto più frivola e modaiola di lei.


IL MIO VOTO:
Sono finiti i tempi in cui la donna stava a casa a cucinare, rassettare e fare la calza: adesso, con un trolley in una mano e un biglietto o carta d'imbarco nell' altra, si può andare ovunque, anche da sole. E questo libro ce lo spiega assai bene. Consigliato.



LA SCRITTRICE: 



Frasi dal libro "Io viaggio da sola" di Maria Perosino

Io che ci faccio qui?
Quando ci si fa queste domande e si è da soli e non si è Chatwin, le risposte rischiano di essere un po' imbarazzanti.

Ero triste, me ne andavo in giro cercando affetto e mentre lo cercavo ne regalavo molto, di affetto.

Mi sentivo talmente sola, intimamente e continuamente, che il viaggio in solitaria non era altro che il prolungamento di uno stato d'animo che sospettavo immutabile.

Forse è meglio mangiare le ostriche in due invece che da soli, ma non mangiarle del tutto è ancora peggio.

La solitudine non è uno stato d'animo da cercare o da fuggire, è banalmente uno stato di famiglia.

Lo so che il tramonto sul Bosforo sarebbe una delle cose più romantiche al mondo e pertanto andrebbe visto mano nella mano. E so anche che sarebbe opportuno che le suddette mani non fossero la vostra destra e la vostra sinistra perché, in quel caso, non sapreste come tenere il bicchiere.

Intanto quell' aperitivo l'ho preso, respirato, inghiottito. Può darsi che mi capiti, un giorno, di tornarci con l'amore della mia vita. Così come può darsi che l'amore della mia vita soffra di vertigini e non ci voglia salire su quella terrazza e può darsi anche che non ci sarà più un amore della mia vita. Ma quell' esperienza c'è, e resta.

Viaggiare da soli può risultare un vantaggio: si può esercitare il libero arbitrio e non dover rendere conto a nessuno di come andranno le cose.

Le persone simpatiche tengono più caldo di un golfino di cachemire.

Le città sono come gli uomini: il miglior modo per sedurle è farle parlare di sé.

Una tuta infilata giusto perché "tanto non mi vede nessuno"...e i vostri occhi, quelli non contano?

Mi piace mettere le persone a loro agio perché in quell'agio ci abito anche io.

I pensieri cupi, basta vivere e ce li danno in omaggio. La malinconia, come la tristezza, l'ansia e tutte quelle robe lì, hanno la cattiva abitudine di farti delle improvvisate. Si comportano come ospiti invadenti e poco educati, che suonano alla porta mentre sei nella vasca da bagno, stai per finire un giallo o sei sul punto di scolare la pasta. Entrano, si mettono comodi e non capiscono, anzi forse capiscono ma fanno finta di niente, che sarebbe meglio se tornassero da dove sono venuti. E va a finire che siccome sei di animo gentile, alla fine li accogli, esci dalla vasca, chiudi il giallo senza sapere chi è l'assassino, e gli offri pure metà della tua pasta. Ecco, questo è proprio quello che non si dovrebbe fare: essere gentili. La visita delle emozioni può e deve essere pianificata e, prima ancora, preparata. Credere di poterla scansare è da ingenui. I sentimenti fanno capolino e, come si sa, buttarlo fuori dalla porta non servirebbe che a farli rientrare dalla finestra.

Date un nome alle sensazioni che provate: le cose iniziano ad esistere quando le nominiamo, e combattere qualcosa che esiste è più facile che combattere contro i fantasmi. Quello che voglio dire è che se riuscite a trasformare quel borbottio interiore, fatto di parole sconclusionate, in una frase di forma compiuta, soggetto, verbo e complemento, significa che avete trasformato uno stato d'animo in un oggetto, che dunque può essere maneggiato, accarezzato, messo dentro una borsa e portato a spasso, oppure lasciato chiuso in camera. Insomma, vuol dire che avete imparato a dare del tu al vostro malessere e siete pronte a elaborare una strategia per tenerlo a bada.

Imparate a farvi compagnia. Inviatevi a cena, accompagnatevi a fare shopping o un massaggio; offritevi un aperitivo al tavolino di un bar dove poter imbastire un bel monologo interiore. E prima di uscire, vestitevi, truccatevi, ingioiellatevi: non dimenticatevi che state andando a un appuntamento con una persona di riguardo.

Per quanto il vostro umore possa essere tetro, evitate di portare al guinzaglio la vostra malinconia, esibendola come se fosse un cagnolino di razza (che, tra l'altro, stanno antipatici quasi a tutti).

È solo impadronendosi di un luogo che ci si può permettere di buttare tutto all'aria e ricominciare da capo.

Ho una fede incrollabile, non in Dio, ma nell' esistenza di una alternativa.

Amo i treni perché lì non si è da soli ma si può stare da soli.

I viaggiatori depositano nelle stazioni il viaggio che stanno per fare o da cui sono appena tornati e ne lasciano lì in pezzettino, che si impila su quelli lasciati da chi è venuto prima. Le stazioni, un fondo, sono ripostigli in cui si accatastano i viaggi.

Quando si incontra una persona nuova, le possibilità che quella persona ci faccia del bene o ci faccia del male sono equamente divise al 50%. Tanto vale scommettere sulla prima opzione, perché altrimenti magari ci si protegge ma ci si priva di un'infinità serie di possibilità.

Sta incominciando a capire che deve imparare a farsi compagnia, a diventare la compagna di se stessa.

Ho intenzione di godermelo, questo viaggio, non voglio che la paura mi tolga il divertimento. Ho imparato a viaggiare, a leggere, a lavorare. A spendere e a guadagnare. A non avere paura. O almeno a non lasciarmi governare dalla paura. E poi ho imparato a congedare e a incontrare.

Anticoncezionali per non abortire, aborto libero per non morire. Non siamo macchine da riproduzione, ma donne libere per la rivoluzione. La liberazione non è un'utopia: donna, gridalo, io sono mia. Si iamo violenza quotidianamente, lo stupro è solo la forma più evidente.

Il fatto di non essere mai stata sfiorata dal pensiero di appartenere a un sesso debole. Forte di una certezza che non ho mai sentito il bisogno di rinegoziare, ho vissuto, e viaggiato, senza mai pensare che ci fossero delle cose che, in quanto donna, non potevo fare, o non avrei dovuto fare. E non ho mai sentito neanche il bisogno di dimostralo: è stato semplicemente, naturalmente, così.

Ci vuole un coraggio immenso per smettere di soffrire.

Per costruire esperienza è necessario toccare il dolore. Attraversare il dolore per costruire vita, e quanta vita.

Il dolore non fa bene, il dolore fa male. E fa perdere: luoghi, persone, tempo.

Se stare al mondo non è che un dettaglio, stare nel mondo, per me, è una questione di dettagli.






giovedì 26 dicembre 2024

"La tentazione di essere felici" Lorenzo Marone (2015)


 LA TRAMA:
Cesare Annunziata è vedovo, ha settantasette anni e nessuna voglia di essere un vecchietto come si deve. Cinico e irriverente, trascorre le giornate fra le bevute in compagnia del mite amico Marino e le chiacchiere stentate con Eleonora, la gattara che abita sul suo stesso pianerottolo. A queste si aggiungono il tedio di una figlia in carriera, il tiro alla fune con un figlio che gli tiene nascosta un’omosessualità che lui ha indovinato da tempo e gli appuntamenti con Rossana, la matura infermiera che soddisfa gli anziani del quartiere per denaro. Questo equilibrio si spezza quando una giovane coppia si trasferisce nell’appartamento accanto a quello di Cesare. Inizialmente poco interessato ai nuovi vicini, l’uomo comincia a poco a poco a notare fatti e particolari strani, che alimentano la sua curiosità nei confronti di Emma, ragazza enigmatica e triste che porta negli occhi una richiesta d’aiuto. Quello sguardo obbligherà Cesare a scoprirsi ancora capace di compassione e di atti di generosità e di coraggio, e lo spingerà a navigare i segreti della coppia e a mettere in discussione tutto ciò che crede di sapere su se stesso. A osare, forse per la prima volta, vivere davvero.


IL MIO GIUDIZIO:
Conoscevo Lorenzo Marone per fama: quando uscì, "La tentazione di essere felici", fu un successo editoriale.
Il libro lo avevo preso circa un paio di anni fa nella bancarella di un book crossing, un po' perché ne avevo sentito parlare bene, un po' attratta dal titolo. Per diverso tempo l'ho tenuto nello scaffale dei romanzi in attesa di essere letti e poi, una decina di giorni fa, ho "sentito" che mi chiamava, tanto da indurmi ad accantonare quello che già avevo in mano, per iniziare questo. 

Devo dire che non me ne sono pentita...anzi, ho avuto modo di fare la conoscenza con un personaggio che mi ha ricordato l'altro mio favorito, ovvero Pete Marino, della saga di Kay Scarpetta.

Cesare Annunziata, un burbero dal cuore tenero, è un ragioniere in pensione di 77 anni che vive a Napoli, al Vomero. Vedovo da 5 anni di una donna che non ha mai realmente amato, padre di 2 figli ormai adulti, conduce una vita da lupo solitario, al limite della sociopatia, evitando qualsiasi contatto umano e frequentando esclusivamente Rossana, una prostituta con cui intrattiene una pseudo relazione, e i suoi due vicini di casa, Marino e la gattara Eleonora. 

Cesare si definisce cinico, scorbutico, egoista e burbero in realtà è altruista e generoso, sempre pronto ad aiutare il prossimo cercando soluzioni ai loro problemi, probabilmente per ovviare all'insoddisfazione e al senso di inutilità che sente dentro. Egli si reputa un fallito e un inconcludente perché non ha vissuto la vita che avrebbe voluto; non ha saputo cambiare il corso delle cose, restando accanto a una donna che lo ha costretto a condurre un'esistenza che non gli apparteneva. Proprio per questo motivo, sfoga la sua insoddisfazione, divertendosi a creare identità alternative, fingendosi ora maresciallo dei carabinieri ora detective per indagare nei fatti altrui.

Annunziata, pur reputandosi anziano e fisicamente un po' malconcio, non teme la vecchiaia, anzi la reputa un bel periodo perché si può fare ciò che si vuole senza rimpianti, tanto non ci sarà più tempo per pentirsi e scontare gli errori di scelte sbagliate come succede quando si è più giovani.
E, proprio in riferimento alla sua gioventù, ama divagare sul suo passato, fra rievocazione di amori i corrisposti,  perdite, sogni infranti e speranze disattese.

Un giorno, ad abitare nel suo stesso condominio, arriva una coppia di giovani sposi e, proprio a causa della sua predisposizione all'osservazione, Cesare si rende conto che la donna viene maltrattata e malmenata dal marito così, con il suo buon cuore, cerca in ogni modo di aiutarla.
Ma...ed è uno degli insegnamenti che quest'opera vuole darci, nessuno può aiutare né salvare nessuno, soprattutto chi non vuole essere salvato: in questo mondo, gli altri possono essere un supporto ma, di fatto, ci si aiuta e ci si salva da soli.

L'altro messaggio che Lorenzo Marone, per mezzo di Cesare Annunziata, vuole farci arrivare è che, se vogliamo avere "la tentazione di essere felici", bisogna saper scegliere anche quando è difficile, perché ci si incatena a qualcosa o a qualcuno ogni volta che non si sceglie. E ci si rovina la vita o quel che ne resta, visto che a nessuno è dato sapere quanto tempo c'è ancora a disposizione.




IL MIO VOTO:
Un libro semplice ma ben scritto, avvincente e delicato, a tratti poetico (ho amato in particolar modo il finale, con tutta la lista delle cose per cui vale la pena vivere), a tratti divertente ma ricco di spunti di riflessione. Consigliato!


LO SCRITTORE: 



Frasi dal libro "La tentazione di essere felici" di Lorenzo Marone

Nel letto, il cervello compie viaggi mentali allucinanti.

Chi si lamenta della vecchiaia è un demente. Anzi no, cieco mi sembra più azzeccato. Perché l'alternativa è una sola e non mi sembra auspicabile. Perciò già essere arrivato fin qui è un gran colpo di fortuna.

L'esperienza serve proprio a non commettere le stesse idiozie per una vita intera. Io non ho imparato nulla dal passato e continuo imperterrito ad agire d'istinto.

Una delle cose belle della terza età è che puoi fare ciò che vuoi, tanto non ci sarà una quarta nella quale pentirsi.

La verità è che ha sbagliato troppe scelte: studi, lavoro e marito. Con tutti questi errori sulle spalle non si può sorridere e fare finta di niente.

Non capisco come si possa decidere di propria iniziativa di trascorrere le giornate fra beghe inutili, come se la vita non fosse già piena di litigi, senza doverci aggiungere quelli degli altri.

Lei sapeva trarre il lato positivo da ogni esperienza. Io, invece, non mi sono mai accontentato di scovare un avanzo di bello nel brutto.


Alla loro età ogni scusa è buona per festeggiare e il compleanno è ancora visto come un traguardo da mettersi subito alle spalle per inseguire il successivo. Alla loro età non si è ancora capito che non si deve battere alcun record. Meglio arrivare fino in fondo a passo lento, gustarsi il paesaggio, mantenere un ritmo cadenzato e un respiro regolare per l'intero tragitto, per poi chiudere la corsa il più tardi possibile. Perché non so se i giovani lo sanno, ma una volta tagliato il traguardo non c'è nessuno che ti viene a decorare il petto con una medaglia.

Egoista è qualcuno che persegue il proprio benessere a ogni costo. Io il benessere non l'ho mai raggiunto. Anche come egoista sono un fallito.

Forse è vero che la vita gira in tondo e alla fine torna al punto di partenza: in un vecchio di 80 anni e in un neonato, se guardi con attenzione, riesci a scorgere le stesse paure.

Datti una mossa, non marcire in casa, fai qualcosa di folle, cerca di rimediare a tutto il non fatto della tua misera vita...ecco, appunto, il non fatto. Io sono lì, nel non fatto. La mia vera essenza, i desideri, l'energia e l'istinto sono conservati in tutto ciò che avrei voluto fare.

Agisco d'istinto: in alcuni casi o ci si lascia guidare da lui o non si combina nulla.

Se c'è da morire, ebbene, voglio farlo da vivo.

Tanto, se mi buttassero sulla Terra altre 10 volte, compirei sempre il medesimo percorso e cozzerei di continuo contro gli stessi scogli.

Se desideri qualcosa, l'attesa si trasforma in speranza e rende il tempo degno di essere vissuto.

È proprio vero che le cose che custodiamo con passione non muoiono mai, un po' come la casa dei nonni, che se chiudo gli occhi riesco ancora a visitare.

Ci sono tante persone sole al mondo che potrebbero incontrarsi, amarsi, essere felici, invece molti perdono tempo a inseguire china stento si accorge della loro esistenza.

Le persone accigliate, scontrose e sfiduciate, non sono cattive, è solo che, a differenza di altri, non sono state in grado di reggere la verità e cioè che il mondo non è un posto per i buoni.

La vita terrena dovrebbe essere come un viaggio in Oriente, un'esperienza che ci apre la mente e ci rende esseri speciali. Invece accade l'esatto contrario: ci tirano fuori dal buco nero che siamo candidi e ci infilano in una cassa dopo che ne abbiamo combinate di tutti i colori. Mi sa che qualcosa, nel lasso di tempo che restiamo quaggiù, non funziona a dovere.

Ho smesso di credere che dalla buca delle lettere possa uscire qualcosa di buono. Si sa, le belle notizie non vengono a cercarti fino a casa.

La pace è molto sottovalutata. Sì pensa che sia uno stato naturale dal quale ogni tanto ci si distacca, invece è l'esatto contrario: nella vita, la pace viene a farci visita solo in alcuni rari momenti e spesso neanche ce ne accorgiamo.

Brava, sorridi lo stesso, anche se fa male.

Nulla può essere controllato e l'unica cosa che ci è data di fare è vivere.

Ci si abitua anche ai silenzi e, alla fine, si conversa con loro.

Cosa c'è mai di tanto spassoso nel conoscere un nuovo individuo? Tanto siamo tutti uguali, chi più chi meno: un mucchio di difetti che passeggia per strada e incontra altri mucchi simili.

Ho paura che per alcuni, il bello incontrato da adulti non serva a cancellare il marciume che si portano dietro dall'infanzia.

Non so se i miei figli pensino che  io sia così rimbambito da non stare in piedi o se, al contrario, sono loro ad avere bisogno di un sostegno.

Se si è poco sinceri con se stessi si accumula repressione e rabbia. E c'è poco da fare, la rabbia, per l'organismo, è come le feci: un residuo che non serve e deve essere espulso. E io, per lei, sono un ottimo lassativo.

"Per te è sempre tutto facile. Sei infelice? Cambia lavoro, marito e figli. Le cose non sono così semplici come le dipingi"
"Perché sei giovane, quando invecchia e capisci che tempo ne rimane poco, hai voglia se diventa semplice cambiare".

Ci sono vite lineari e altre più tortuose. La mia, di sicuro, appartiene alla seconda categoria. Poche volte ho saputo davvero ciò che desideravo e come raggiungerlo, per il resto ho navigato sempre a vista.

Era accogliente, sapeva accogliere, e io sono sempre stato attratto da chi mi permetteva di succhiare amore senza pretendere altrettanto.

Non avrei commesso molte delle stupidaggini con le quali tentavo di dare un senso all'esistenza se avessi avuto un lavoro avvincente.

Una passione non ti serve a scrollarti di dosso la polvere che ti porti dietro dall'infanzia, ma almeno ti aiuta a chiudere gli occhi la sera e a non annaspare nei tormenti.

Vivere nella paura costante di un pericolo non serve a scongiurarlo, ma solo a gettare via un altro giorno della propria esistenza.

Quella donna ha bisogno di attenzioni e di un po' di umanità.

Può anche sorridere, fare battute, parlare in un italiano impeccabile, concludere la serata in modo brillante, ma non può cancellare dagli occhi il senso di inadeguatezza che si porta appresso. È una delle tante persone che vive per chiedere scusa, come se la sua esistenza potesse infastidire qualcuno.

Se dovessi aprire bocca solo quando sono certo di essere ascoltato, rimarrei muto per il resto dei miei giorni.

È una donna infelice che non si ferma un attimo per non rendersi conto di esserlo.

Crediamo che la vita non finisca mai e dietro l'angolo ci sia sempre la novità che cambierà tutto. È una specie di raggiro che facciamo a noi stessi, così da non prendercela troppo per un fallimento, un'opportunità svanita, un treno perso.

Non smettere di desiderare una vita diversa, continuare a rincorrere i sogni, non scendere alla prima fermata, anche se sembra la più comoda.

L'amore col tempo sfuma, come i colori di una fotografia, però per fortuna restano i contorni a ricordarti l'attimo che fu.

Grazie a lei avevo potuto osservare me stesso da una prospettiva nuova: la sua. I libri possono anche questo.

È vero, i sogni qualche volta suonano alla tua porta, ma solo se ti sei preso la briga di invitarli. Altrimenti puoi stare certo che la serata la trascorri da solo.

Si crede di non aver bisogno di nessuno finché ci si accorge di non avere più nessuno.

Non sono proprio il tipo che si affeziona alle cose, già ho qualche problema con gli umani.

È strano sentire qualcuno che mi esprime gratitudine, non ci sono granché abituato. Se ti dicono ripetutamente che sei stato un buono a nulla, alla fine ti convinci di non poter essere altro che un buono a nulla.

Solo di poche persone ci è concesso osservare la gioia, la disperazione, la rabbia, la sofferenza, il godimento o l'euforia dipinti sul viso. Per tutti gli altri bisogna accontentarsi dell' unica maschera a noi visibile.

Siamo due anime slegate che cercano di affrontare la mareggiata come possono.

Bisogna imparare presto a osservare le vite altrui così da non vomitare ingiustamente sulla propria.

Più persone ami, meno dolori eviti

Ti illudi per una vita di aver cambiato direzione, salvo poi accorgerti che alla fine la scorciatoia ti ha riportato sulla via dalla quale provieni.

È troppo arrabbiata con la vita per gustarne le mille sfaccettature.

La paura è una rompiscatole, una vocina insistente e fastidiosa che più la scacci e più ritorna. Eppure sai che cosa ho capito? Che in realtà quella vocina sta facendo solo il suo lavoro, tenta di salvarti da te stesso: ti vuole avvertire che, se non ti muovi, ben presto le cose dentro di te inizieranno a marcire.

Vivere d'istinti. Finirla di mettere inutili paletti mentali. Se segui l'istinto, non sbagli mai. Gli uccelli ogni anno migrano senza chiedersi il perché. Ecco, anche noi dovremmo fare altrettanto: muoverci di continuo e non porci troppe domande. Io ne me sono fatte tante negli anni e sono rimasto immobile. Ora voglio migrare ogni giorno un po'.

I vecchi non possono commuoversi: già se la fanno sotto, se si mettono anche a frignare è come frequentare un neonato.

Continuare a masticare rabbia è più faticoso che metterci una pietra sopra.

Nella vita, a volte, avverti un piccolo scampanellio accanto all' orecchio e quando lo senti, solleva il capo e drizza le orecchie perché sei di fronte a uno di quegli snodi invisibili e ti assicuro che a sbagliare rotta è un attimo.

Come i bambini era pieno di entusiasmo, generosità e slancio, ma come i bambini, al contempo, era insicuro, fragile, pauroso.

"E comunque ci si abitua a tutto nella vita, no?"
Non ci si abitua, si rinuncia a cambiare le cose, è ben diverso.

La vita non è stata gentile con lui, eppure ha continuato a non toglierle il saluto. Il tempo gli è servito per farsi amico il dolore.

Fino a che non vivi in prima persona in dolore, non lo puoi capire. Eppure quanta gente usa impropriamente le parole "ti capisco". 

Fatevi pure tutto il male del mondo tu e tuo marito, ma tenete fuori il bambino. Fatelo crescere lontano dal vostro odio, riparatelo dai vostri rimpianti, nascondetelo ai vostri sguardi privi di amore. E se proprio non ne siete capaci, lasciatevi. Un bambino che cresce senza uno dei due genitori sarà forse un adulto incompleto e insicuro, ma chi cresce nell'odio e nella violenza non saprà mai amare. E non c'è torto peggiore che un genitore possa fare.

Non sono i legami di sangue a creare l'intimità, è la convivenza. Anche una madre, con il tempo e la lontananza, diventa un'estranea.

Era capace di starsene zitta per ore, giorni e settimane, in attesa che il risentimento volasse via. Non vorrei dire fesserie, ma credo che la malattia si sia nutrita di energia repressa, di quel rancore ingoiato, per svilupparsi.

Le vie di mezzo servono a non prendere la strada giusta, quella che ti porta dritto dove vuoi e devi andare. L'essere umano è un maestro nel girare a vuoto pur di non raggiungere l'obiettivo che lo terrorizza.

Decidi di scegliere, non fare come me e come il resto del mondo. Non sai quante coppie sono unite dalla non scelta.

Ci si abitua alla solitudine e si dimentica di come la notte faccia meno paura se c'è qualcuno che ti respira accanto.

Io sono come la corda di una chitarra: in pace con me stesso finché qualcuno non mi pizzica. Da quel momento, inizio a vibrare all'infinito.

La vista di quel luogo mi aveva fatto tornare indietro nel tempo e, alla mia età, è molto pericoloso procedere a ritroso.

"Lasci stare".
È proprio perché tutti lasciano stare che qui la gente continua a essere insolente.

Bisogna sempre concedersi il meno possibile affinché negli altri non si creino eccessive aspettative.

Ho paura, quella vera, che si prova solo poche volte nella vita e ti paralizza i muscoli e il pensiero. E se le si dà troppo ascolto si finisce su una poltrona, a scrutare il mondo da lontano.

Non si impara mai come affrontare il dolore, si vive e basta.

Non faccio domande perché non voglio sentire risposte.

Anche nella vita di un povero pesce rosso conta la fortuna. Lui si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. A nessuno è dato di scegliere dove sarà collocata la sua boccia di vetro, se nella tranquilla cucina di un vecchio pensionato o sul mobile del corridoio di una casa nella quale si consumerà una tragedia. È il caso, così si dice, a decidere. E a volte può stabilire che il nostro mondo debba andare in mille pezzi e a noni non resti che boccheggiare nella speranza che qualche anima pia passi da lì e ci raccolga.

Cerchiamo di circondarci di persone nell'illusione di sentirci meno esposti, ma la verità è che in sala operatoria si entra da soli. Noi e il nostro corpo. Nulla più.

Purtroppo la vita mi ha insegnato che nessuno può aiutare nessuno. Ci si salva da soli, se si vuole.

Gli ospedali sono posti strani, dove le gioiesi contengono per non dare troppo fastidio ai dolori.

A volte bisognerebbe spegnere il cervello, un'altra delle cose sulle quali non abbiamo potere.

Come si fa ad abolire lo stress? L'ansia, per l'uomo, è uno stato fisiologico e, per abbatterla, sarebbe necessario eliminare la consapevolezza. L'intelligenza è un bene prezioso ma non ci aiuta a capire il perché della nostra presenza sulla Terra. Non fornisce risposte, anzi, crea nuove domande. E troppe domande aumentano l'infelicità. Non so se in natura esistano esseri viventi, a parte l'uomo, che si tolgono la vita, ma anche se così fosse, noi siamo gli unici a farlo per il male di vivere. Perché? Perché chi ci ha plasmato ha sbagliato la miscela degli ingredienti, ecco perché.

Siamo come formiche e, ciononostante, c'è ancora chi perde tempo a sentirsi più importante della formica a suo fianco.

Ci insegnano le equazioni, il 5 Maggio a memoria, i nomi dei 7 re di Roma e nessuno ci chiarisce come affrontare le paure, in che modo accettare le delusioni, dove trovare il coraggio per sostenere un dolore.

In desiderio, più è irrealizzabile, più arde incessante.

Per vivere una vita davvero degna, bisognerebbe prendere decisioni importanti ogni mattina. Purtroppo, per me, scegliere è logorante e non l'ho mai fatto. È per questo che sono stato un incompiuto.

Ti incatenò a qualcosa o a qualcuno ogni volta che non scegli.

Non basta intuire, bisogna fare. Solo che il fare richiede qualcosa non da tutti: il coraggio. Per cambiare una vita ci vuole proprio una bella scorta di audacia. È tutto qui il problema.

La vita va avanti e non si cura dei pezzi che lascia per strada.

I bastardi che picchiano le mogli lo fanno perché sanno di poterselo permettere. Lei non si amava e all' inizio quasi considerava normale essere malmenata.

Bisogna invecchiare per arrivare a ridere della vita.

Ci sono due modi per affrontare le cose: con disperazione o con ironia, e nessuna delle due cambia le carte in tavola. Il risultato finale non spetta a noi deciderlo, ma come trascorrere gli ultimi minuti di recupero, quello sì.

Mi piace il profumo di cucinato che arriva da una finestra aperta o la tenda che d'estate si scosta per fare passare il vento.
Mi piacciono i cani che per ascoltarti inclinano la testa o una casa appena imbiancata.
Mi piace quando un libro mi attende sul comodino.
Mi piacciono i barattoli di marmellata e la luce gialla dei lampioni.
Mi piace palpare pa carne e il pesce crudi.
Mi piace il rumore di una bottiglia stappata.
Mi piacciono i luoghi familiari, mi piacciono le guance rosse e il tremore della voce.
Mi piace l'odore dei bambini appena nati e il suo o di un pianoforte.
Mi piace il rumore della ghiaia calpestata e le strade chi si dipanano come torrenti fra i campi.
Mi piace infilare i piedi nella sabbia.
Mi piace l'odore di una saponetta nuova e il calcio la domenica pomeriggio, i vetri appannati nelle giornate fredde.
Mi piace quando una persona ti dice "ti amo" con gli occhi.
Mi piace lo scoppiettio delle castagne sulla brace.
Mi piace il silenzio delle sere d'estate e il rumore della risacca di notte.
Mi piace il cinguettio fuori dalla finestra, l'acqua che bagna i piedi e la corte vi fi un vecchio ulivo.
Mi piace l'odore di camino mentre passeggio fra i ciottoli di un paese di montagna.
Mi piace la pasta fatta in casa e le scritte sui muri.
Mi piace l'odore di sterco in un campo e i mestolo di legno. 
Mi piace il cactus che sa adattarsi e il rumore di un ruscello nascosto.
Mi piace il cuoppo di alici fritte.
Mi piace il profumo dei capelli.
Mi piace il borbottio della caffettiera sul fuoco, i sassi levigati dal mare e il suono delle stoviglie al ristorante.
Mi piace il rumore di un gatto che si aggira furtivo fra le auto e il cigolio di un vecchio mobile.
Mi piace il saluto da lontano e lo sguardo curioso del turista che osserva la città.
Mi piacciono i viali alberati.
Mi piace l'odore delle salumerie.
Mi piace chi suona per strada.
Mi piace il colore dei pomodori e l'odore della crema sul corpo.
Mi piacciono i pomeriggi estivi accompagnati dal canto dei grilli.
Mi piace sfilare uno spaghetto dall'acqua bollente e addentarlo.
Mi piace l'odore di pesce di un vecchio peschereccio incrostato di ruggine e la luna che dipinge in acqua la scia.
Mi piacciono le fotografie che permettono di viaggiare nel tempo.
Mi piace lo scricchiolio del pavimento di legno.
Mi piacciono i difetti.
Mi piace un vecchio rudere in mezzo a un campo di grano.
Mi piace guardare dall'alto una spiaggia tappezzata di ombrelloni colorati.
Mi piacciono le vecchie canzoni che ti bloccano il respiro.
Mi piace il granchio che fugge nell'incavo dello scoglio.
Mi piace la porta di calcio dipinta su un muro senza intonaco.
Mi piace sentire la mano della persona che amo dietro la nuca.
Mi piacciono gli uccelli che si ripara o sotto in cornicione e attendono che spiova.
Mi piace la città che dorme e la vista di un secchiello e una paletta adagiati sulla sabbia.
Mi piace la lumaca che si trascina verso un riparo.
Mi piace lo scampanellio di una bici.
Mi piacciono le lucertole che invece di scappare restano immobili.
Mi piacciono le croci sui picchi delle montagne.
Mi piace il bianco delle case di mare e i vecchi cortili con i panni ad asciugare.
Mi piace quando un ricordo mi viene a trovare.
Mi piace il vento e i frutti maturi che abbandonano il ramo.
Mi piacciono le formiche che bevono da una goccia di rugiada.
Mi piace un campetto di periferia.
Mi piacciono le strade che raggiungo il mare.
Mi piace camminare scalzo d'estate.
Mi piacciono i volti increspati dalla vita.
Mi piace un uomo che lavora nei campi.
Mi piace chi ama un figlio non suo.
Mi piace l'odore di limone che si attacca alle dita.
Mi piace l'aroma dei pini e il profumo del bucato appena steso.
Mi piace il picchiettio della grandine sui vetri e la consistenza del tufo.
Mi piace il sapore del caffè e quello della cioccolata.
Mi piacciono le travi di legno al soffitto, le briciole di pane e gli oggetti che nessuno usa più.
Mi piace incrociare lo sguardo di uno sconosciuto.
Mi piacciono i movimenti sicuri di un pizzaiolo, l'abbraccio di quando si esulta, la mano del neonato che afferra il vuoto.
Mi piace l'edera che si arrampica sulla facciata di un edificio.
Mi piace il pesce che spilluzzica sulla superficie dell'acqua e fugge via.
Mi piace chi legge alla fermata dell'sutobus.
Mi piace chi non progetta troppo e chi sa stare da solo.
Mi piace una cucina in una veranda.
Mi piace chi vede il bicchiere sempre mezzo pieno.
Mi piacciono i capelli bianchi e la bilancia di ferro che usavano un tempo i fruttivendoli.
Mi piace lo schiocco delle labbra sulla pelle.
Mi piace chi ama per primo.
Mi piace la luce del cielo quando non c'è più il sole.
Mi piace l'erba che vince sull'asfalto.
Mi piace chi non coltiva rancori.
Mi piace una libreria.
Mi piace l'istante prima del bacio.
Mi piace scrutare i palazzi di una città sconosciuta.
Mi piace la donna che ama il cibo.
Mi piace leggere un libro all'ombra.
Mi piace chi ha la forza di credere con tutto se stesso in qualcosa.
Mi piacciono i nidi delle rondini.
Mi piace chi ancora si stupisce davanti alle stelle.
Mi piace l'odore della brace e i muretti che accolgono gli amori di un'estate.
Mi piacciono i ragazzi che si baciano su una panchina e le lenzuola stropicciate dopo una notte d'amore.
Mi piace il ronzio di un ventilatore in sottofondo.
Mi piacciono le balle nei campi.
Mi piace chi sa chiedere scusa.
Mi piace chi non ha ancora capito come raccapezzarsi su questa Terra.
Mi piace chi sa chiedere.
Mi piace chi sa amarsi.
Mi piace chi combatte ogni giorno per essere felice.