martedì 2 maggio 2023

"Uvaspina" Monica Acito (2023)

 


LA TRAMA:
È nato con una voglia sotto l’occhio sinistro, come un pallido frutto incastonato nella pelle: Uvaspina si è abituato presto a essere chiamato con quel nome che lo identifica con la sua macchia. A quasi tutto, del resto, è capace di abituarsi: a suo padre, il notaio Pasquale Riccio, che si vergogna di lui; alla Spaiata, sua madre, che dopo aver incastrato Pasquale Riccio con le sue arti di malafemmina e chiagnazzara non si dà pace di aver perduto il proprio fascino e finge di morire ogni volta che lui esce di casa. Ma soprattutto Uvaspina è abituato a sua sorella Minuccia, abitata fin da bambina da un’energia che tiene in scacco il fratello con le sue esplosioni imprevedibili, le ripicche, la ferocia di chi sa colpire nel punto di massima fragilità, come quando gli dice: “Avevano ragione i compagni tuoi, sei veramente un femminiello.” Eppure, solo Uvaspina conosce l’innesco che rende la sorella uno strummolo, una trottola capace di ferire con la sua punta di metallo vorticante. E solo Minuccia intuisce i sogni di Uvaspina, quando lo strummolo la tiene sveglia e può scrutare i suoi finissimi lineamenti nel sonno. Intorno a loro, Napoli: la città dalle viscere ribollenti, dai quartieri protesi verso il cielo, dai tentacoli immersi in quel mare che la fronteggia e la penetra. È proprio sul confine tra la città e il mare, tra la storia e il mito, che Uvaspina incontra Antonio, il pescatore dagli occhi di colori diversi, che legge libri e non ha paura del sangue, che sa navigare fino a Procida e rimettere al mondo un criaturo che dubita di se stesso. La purezza del loro incontro, però, non potrà nascondersi a lungo nelle grotte di Palazzo Donn’Anna: la città li attira a sé, lo strummolo gira e il suo laccio unirà per sempre i loro destini. Una passione assediata dallo scherno e dallo scuorno. L’ambiguità dell’amore fraterno, la necessità dell’ombra perché ci sia luce. Infine una scrittura, quella della giovane Monica Acito, che sa inserirsi con originalità in una grande tradizione letteraria e, mescolando la forza tellurica del vernacolo alla freschezza di un racconto sulla giovinezza, invoca la fame di felicità che abita ciascuno di noi.


IL MIO GIUDIZIO:
"Uvaspina", romanzo d'esordio della scrittrice Monica Acito ed uscito sul mercato proprio il giorno del mio compleanno, il 22 Febbraio scorso, ci porta nel cuore di Napoli, quella Napoli allo stesso tempo magica e misteriosa, madre amorevole e matrigna crudele, abbondanza e miseria; con i suoi monumenti, le chiese, i palazzi antichi ma anche i vicoli bui e degradati, ogni luogo con le sue storie, le sue leggende, i suoi personaggi che siano re, regine o semplici pescatori che vivono alla giornata.
Sembra quasi di sentirlo l'odore del mare partenopeo, fra le pagine del libro: Napoli la si respira in ogni capitolo, in ogni frase, in ogni parola e, per chi non è pratico del dialetto, gli conviene tenere Wikipedia a portata di mano perché talvolta ci sono dei termini di non facile comprensione nemmeno per me, che il dialetto napoletano lo conosco quasi come l'italiano.

La scrittura è scorrevole, coinvolgente, con termini dialettali (come dicevo pocanzi), ma allo stesso tempo aulica e poetica: la descrizione del personaggio dell'Acquaiola, ad esempio, è puro lirismo. È molto brava in questo, l'autrice: sa introdurre i vari personaggi, con le loro caratteristiche e peculiarità, i loro pregi e i loro difetti, i loro tic e le loro manie, in modo da farti entrare da subito in confidenza con loro, soprattutto con la loro interiorità.

A parte qualche personaggio secondario (Nunzia Culo Stuorto, Teresa La Sciancata, la Puppina o la già citata Acquaiola, tanto per dirne alcuni), in linea di massima la narrazione ruota intorno ad un'unica famiglia, i Riccio.

Siamo più o meno negli anni '80: non ci sono riferimenti temporali ben definiti, sicuramente non è ambientato ai giorni nostri perché non fa riferimento né alla tecnologia attuale né agli smartphone. Ho dedotto che si trattasse degli anni '80 perché ad un certo punto nomina il "frisé" che è un tipo di acconciatura che andava di moda in quel periodo. 
La storia si svolge nell'arco di una stagione, da fine Giugno a fine Ottobre.

Pasquale Riccio, il capofamiglia, è un notaio che è riuscito a laurearsi solo in quanto figlio di un uomo influente. È " 'na capa e lignamme" che "ten a capa pe sparter e recchie": più che fare il notaio, gli interessano i soldi, le belle donne e le sigarette. E poi le apparenze: dietro può fare le peggio schifezze, ma davanti cerca sempre di "acconciare tutte cose" per portare avanti l'immagine di buon padre di famiglia.

Graziella Marino è la moglie di Pasquale ed è detta "la Spaiata" perché "in lei tutto è spaiato, dai denti ai pensieri". 
Originaria del quartiere Forcella, in gioventù era una "chiagnazzara" rinomata che "chiagneva e alluccava" ai funerali, con il rossetto rosso ben dipinto sulle labbra e la 5°di seno che sobbalzava ad ogni singhiozzo. Proprio al funerale del notaio Riccio senior, bella, prorompente, smaliziata e prosperosa come era all'epoca, subito dopo la funzione aveva accalappiato e sedotto il buon Pasquale. E ancora adesso, ormai donna borghese che abita nella zona bene di Chiaia, continua a fare la sceneggiata (ma per se stessa stavolta) fingendo di sentirsi male e stare per morire, ogni mercoledì sera, quando il marito, con la scusa della cena al circolo nautico, la lascia sola per andare a trastullarsi con altre donne.
È rozza, volgare, sguaiata e vajassa ma, in realtà, è il personaggio più bello e autentico di tutto il libro: è verace nella sua sguaiatezza ed è, fondamentalmente, una persona infelice che non si sente né amata né adeguata. Ha puntato tutto sul suo corpo e sulla sua bellezza e, adesso che la vede sfiorire, e si ritrova chiatta, con la ricrescita bianca in mezzo ai capelli e il fiato puzzolente per le troppe sigarette che fuma, cerca di riversare sui figli (sulla figlia in particolare modo) le sue attenzioni, non venendo, neppure qui, ricambiata. È una donna irrimediabilmente sola e triste pur nella sua teatralità.

Il figlio maggiore di Pasquale e Graziella è il diciannovenne Carmine, detto Uvaspina, per una piccola voglia a forma di chicco d'uva che ha sin dalla nascita sotto l'occhio sinistro. È alto, smilzo, pallido pallido, con folti capelli neri. Uvaspina è omosessuale e ha movenze e fattezze effemminate, tanto che sia i compagni di classe che la sorella lo apostrofano definendolo "femminiello" e "ricchione". Anche i genitori sono a conoscenza della sua omosessualità ma fingono di non sapere, preferendo definire il ragazzo un po' strano piuttosto che ammettere che sia gay. A causa del suo carattere mansueto, timido ed insicuro, Uvaspina incassa i colpi senza reagire e trova rifugio al suo dolore e alla sua solitudine nelle poesie del defunto poeta Salvatore Di Giacomo.

La figlia minore di Pasquale e della Spaiata ha 17 anni e si chiama Filomena, detta Minuccia. Fisicamente molto simile al fratello, ma un po' più robusta e meno delicata e raffinata di lui, è lunatica, viziata, capricciosa, rancorosa ed irascibile. Non sa gestire la rabbia, compie atti autolesionistici, e quando le parte quello che viene definito lo "strummolo" (la trottola) le sale in corpo una forza che nemmeno sa di avere, ha delle reazioni scomposte, diventa violenta e rompe "tutte cose". E lo strummolo le parte spesso sia con sua madre ma, soprattutto, con Uvaspina con il quale ha, sin dall'infanzia, un rapporto viscerale e simbiotico, fatto di amore ed odio: lo ammira e lo detesta allo stesso tempo, lo ama sopra ogni cosa ma lo vorrebbe vedere morto. E il fatto che lui non reagisca alle sue angherie e si faccia "sfruculiare" senza fiatare la aizza ancora di più.

La sera di San Giovanni, il 24 Giugno, per le ragazze in età da marito, a Napoli è usanza fare il "chiummo" ovvero fare sciogliere del piombo in un recipiente d'acqua per vedere che forma assume, perché il "disegno" che ne uscirà fuori corrisponderà al lavoro del futuro sposo.

Apprestandosi a fare il chiummo ed essendo molto agitata, Minuccia si sfoga come sempre sul fratello, prendendolo in giro per la sua omosessualità, truccandolo, obbligandolo a vestirsi con abiti femminili e facendogli fare il chiummo prima di lei, come se fosse una ragazza in cerca di marito. Nella bacinella si forma l'immagine di una vela ma, quando Minuccia prova a smuovere le acque per fare cambiare forma al piombo e vedere il presunto lavoro del suo futuro marito, l'immagine non si muove, resta fissa sulla vela, mandandola in bestia perché si sente per l'ennesima volta inferiore al fratello. Così le parte lo strummolo e gli darà il tormento per tutta la notte.

Qualche giorno dopo, sfinito dai soprusi della sorella, Uvaspina si reca a fare un bagno nelle acque davanti al Palazzo Donn'Anna e qui, a causa del mare mosso, rischia di affogare. Viene salvato da due braccia possenti che fanno capo ad un paio di bellissimi occhi eterocromi, uno verde e l'altro marrone: gli occhi del pescatore Antonio, di cui Uvaspina si innamora perdutamente. Così come Antonio si innamora perdutamente di Uvaspina che, nell'intimità, chiama "criaturiello mio".

Antonio e Uvaspina vivono il loro amore soprattutto negli anfratti del palazzo Donn'Anna, oppure sulla spiaggia libera di fronte a esso, che è situato a Posillipo, nome che etimologicamente significa "pausa dal dolore", ed è esattamente questo che Antonio significa per Uvaspina:una pausa dal dolore che lo tormenta da tutta la vita.
Il loro è un amore intenso e carnale, fatto non soltanto di sesso e sentimento ma anche di parole: Antonio è un pescatore ma è pure un lettore accanito e gli racconta tante storie e leggende su Napoli, da quella del palazzo Donn'Anna stesso, a quella di teschio con le orecchie nella chiesa di Santa Luciella, a quella di Nisida e Posillipo che non possono stare insieme ma hanno comunque una striscia di terra che li unisce. 
Con Antonio, Uvaspina mette da parte la timidezza e la remissività che lo contraddistinguono e si fa più deciso e audace, tira fuori la "cazzimma". Con lui Uvaspina da criaturiello diventa uomo.

Ma questo nuovo, fortissimo, sentimento, non va forse a scontrarsi con quell'amore unico ed eterno che lui e Minuccia si sono implicitamente giurati sin da quando erano bambini ed erano l'uno il completamento dell'altra? E cosa dirà, quindi, Minuccia, quando lo scoprirà? Perché lo strummolo gira, gira e arriva ovunque. Niente può essere tenuto nascosto allo strummolo. E allora saranno dolori.

Un romanzo intenso, a tratti crudo e straziante. Un romanzo, come dice anche la stessa autrice sulla fame d'amore: quello desiderato e quello negato. Un romanzo che si ha voglia di leggere tutto di un fiato per sapere come andrà a finire e cosa ne sarà di ognuno di loro.

Prima di concludere, devo fare una piccola postilla sull'autrice (giovanissima, appena 30 anni) che, oltre a scrivere dei ringraziamenti veramente originali, dedicando un pensiero a ogni singola persona citata, invece di fare una semplice lista di nomi come fanno molti, mi ha colpito per una domanda che, quando era piccola poneva quasi più a se stessa che a sua madre:"Perché sono nata con questa cosa della scrittura? Non potevo essere una bambina normale?".
Domanda che mi pongo anche io da 46 anni a questa parte ma, nel caso della Acito, posso tranquillamente dire che, se questi sono i risultati, ben venga"questa cosa della scrittura"!



IL MIO VOTO:
Un romanzo intenso, a tratti crudo e straziante ma che arriva al cuore. Sullo sfondo di una Napoli che, come sempre, ammalia e incanta. Da leggere, tutto d'un fiato!

LA SCRITTRICE:



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