martedì 17 marzo 2015

"Lettera a un bambino mai nato" Oriana Fallaci (1975)




LA TRAMA:
Il libro è il tragico monologo di una donna che aspetta un figlio,guardando alla maternità non come a un dover ma come una scelta personale e responsabile.
Una donna di cui non si conosce il nome e di cui l'unico riferimento che viene dato per immaginarla è che vive nel nostro tempo,sola,indipendente e lavora.
Il monologo comincia nell'attimo in cui essa avverte di essere incinta e si pone l'interrogativo angoscioso:basta volere un figlio per costringerlo alla vita?Piacerà nascere a lui?
Nel tentativo di avere un risposta la donna spiega al bambino quali sono le realtà da subire,entrando in un mondo dove la sopravvivenza è violenza,la libertà un sogno,l'amore una parola dal significato non chiaro.

IL MIO GIUDIZIO:
Da un pò di giorni questa citazione mi risuona nella testa:
"Amore:e se toccasse a te farmi scoprire il significato di quelle cinque lettere assurde?
Proprio a te che mi rubi a me stessa e mi succhi il sangue e mi respiri il respiro?"
So bene da quale opera è tratta,visto che è quella che mi ha traghettato dal mondo dell'infanzia a quello dell'adolescenza.

Intorno ai 13 anni,infatti,stanca di cimentarmi con la letteratura "da ragazzi",
chiesi a mia madre,infaticabile lettrice,se potesse consigliarmi qualcosa più "da adulti" e lei,
da ex sessantottina e grande estimatrice della Fallaci,mi propose "Lettera a un bambino mai nato".

E adesso,trascorsi 25 anni,giusto per non smentire l'idea che siano i libri a cercare noi e non viceversa,mi è tornata,improvvisa e prorompente,la voglia di leggerlo di nuovo.
Avrei potuto aspettare di salire a trovare i miei,per prenderlo in prestito dalla libreria di mamma....ma il desiderio era così impellente,che nonostante la mia idiosincrasia agli ebook,
l'ho scaricato da internet in PDF e l'ho letto tramite pc:
sono nemmeno 70 pagine e ci ho impiegato giusto un paio d'ore,per portarlo a termine.

Devo ammettere che,rileggerlo con un bagaglio di esperienze di vita di quasi 40 anni,
mi ha fatto tutto un altro effetto,mi ha colpito maggiormente, 
rispetto alla mia prima lettura da ragazzina.
Già all'epoca mi ci cimentai con interesse e probabilmente è stato anche grazie a questo lungo racconto che ho maturato poi la mia personale opinione sull'interruzione volontaria della gravidanza.
Però,forse,ero davvero troppo giovane per comprenderne fino in fondo la drammaticità,
tanto è vero che l'unica frase che mi era rimasta impressa in modo indelebile era quella che ho riportato sopra.

Innanzi tutto,solo in seguito,ho scoperto che in quella donna senza nome,senza volto e senza età,si nascondesse proprio l'autrice stessa,la quale,nel 1958,alle soglie dei 30 anni,
perse per cause naturali il figlio che aspettava dall'uomo che amava.
Evento che,insieme al fatto di non vedere i suoi sentimenti pienamente ricambiati,la portò perfino a tentare il suicidio.

Con un linguaggio duro,a tratti crudele e amaro,immediato,
diretto ma fondamentalmente impregnato di un atavico amore,
la protagonista si rivolge,in un dialogo che è più un monologo con se stessa, 
al bambino che ha improvvisamente (persino prima che le analisi mediche le diano la conferma) scoperto di aspettare.

Siamo nel 1975,l'aborto è ancora illegale ed è ritenuto una barbarie,
mentre è considerato disdicevole aspettare un figlio senza essere sposate.
E adesso,che di anni ne sono trascorsi 40,mi chiedo cosa sia effettivamente cambiato.
Certo,oggi non fa più scandalo una mamma single e l'interruzione di gravidanza è tutelata dalla legge 194.

Di fatto,però,se una donna,per "X" motivi  che nessuno è può giudicare,decide di abortire,
è comunque ritenuta un'assassina e una poco di buono,
in primis da altre donne come lei (e ciò,onestamente,mi fa abbastanza "specie") e poi anche umiliata da quei tanti cosiddetti medici che,avvalendosi dell'obiezione di coscienza,le fanno pesare la cosa,quando non si rifiutino categoricamente di procedere con l'intervento.

Non voglio star qui a fare polemiche (che in questo caso sarebbero comunque tutt'altro che inutili) su chi si dichiari antiabortista,perchè si aprirebbe un dibattito lungo e impegnativo.
Però,a mio modesto parere,un medico che,per motivi morali,si opponga a tale pratica (ad oggi legale e sottolineo legale),probabilmente,invece che iscriversi alla facoltà di medicina,
avrebbe fatto meglio a entrare in seminario e prendere i voti.
Con questo chiudo la postilla e torno alla recensione.

La protagonista,accertata la gravidanza in atto,inizia a riflettere sulla maternità come scelta consapevole:
è giusto far nascere i bambini perchè "così fan tutte dai secoli dei secoli",
oppure è più opportuno chiedersi se il figlio che aspetta sia veramente contento di venire al mondo o se avesse preferito restare nel nulla dal quale proviene?
E lei è disposta a modificare le sue abitudini,a mettersi in secondo piano per dare la priorità all'esserino che porta in grembo?
(Quesito,quest'ultimo,che si pone quando,per una minaccia d'aborto,è costretta a rimanere per diversi giorni immobile a letto,rimandando i suoi progetti lavorativi).

Inizia,quindi,a preparare "psicologicamente" il bambino,
mettendolo in guardia su ciò che troverà su questa terra,una volta nato:
qualche bellezza sì,ma soprattutto molte ingiustizie,prepotenze,sfruttamento,violenza e meschinità.
Forse l'autrice potrà essere tacciata di pessimismo,ma alla fine non dice nient'altro che la verità,
ed è proprio questo suo essere "not politically correct",
questo suo sbattere in faccia la realtà così com'è,infischiandosene del giudizio altrui,
che fa di lei una grande donna.

Un'altra cosa che la Fallaci non teme di ribadire,nè,a suo modo,di deridere è il maschilismo imperante nella nostra società,che colloca la donna in una condizione di subordinazione.
Non a caso,nell'immaginario processo che viene fatto alla protagonista dopo il suo aborto spontaneo,sono proprio gli uomini a puntarle il dito contro:
non solo il medico "moralista",ma anche il suo ex compagno che,paradossalmente, fino a qualche giorno prima le intimava di abortire,non volendo farsi carico di un figlio "non gradito".
Per non parlare poi del suo datore di lavoro,il quale pur essendo estraneo ai fatti,esulta per l'interruzione della gravidanza,ritenendola "una catastrofe che gli sarebbe costata un mucchio di denaro,bastasse pensare allo stipendio da pagarle,secondo una legge assurda e riprovevole,anche nei mesi d'inerzia" (!!!!!).

Parlando tout court,parte dell'universo maschile teme e disapprova la 194 perchè essa riconosce alla donna il diritto di autonomia decisionale e quello di disporre del proprio corpo come meglio crede.
La scelta finale di portare avanti o meno una gravidanza,spetta,infatti, solo alla donna "madre":
la sua volontà è quella che conta,anche a discapito dell'uomo "padre".
Pur comprendendo le ragioni di un uomo che si veda negato il diritto alla paternità,
sarebbe una violenza atroce e inaudita,costringere una donna a tenere in grembo per 9 mesi e poi a partorire un figlio che non desidera.
E se si deve decidere chi tutelare fra un"essere vivente" e un "essere vivente in progetto e in divenire",è giusto,nei tempi e nei modi che stabilisce la 194,che la priorità venga data alla donna.

Riguardo al finale di questo racconto,devo ammettere che non me lo ricordavo assolutamente e,
di primo acchito,mi ha lasciata un pò perplessa:
come se la scrittrice volesse condannare la protagonista per non aver saputo portare a termine il suo compito di madre,mettendo quindi in discussione tutto ciò che aveva scritto in precedenza.

Poi,però,mi sono resa conto che,il significato intrinseco,in realtà, è un altro.
Purtroppo c'è ancora chi crede che le donne vadano ad interrompere una gravidanza così,
con nonchalance,come se andassero a fare una passeggiata sul lungomare di Viareggio.
In realtà l'aborto non è una sorta di "pillola del giorno dopo".
E' un intervento che,per quanto lo si possa fare con cognizione di causa,strappa via una parte di te.
Fortunatamente non l'ho mai provato sulla mia pelle,ma penso che,dopo,niente sia più come prima.
Che sia un evento che si porti marchiato indelebile nel cuore e nell'animo.
Che poi il corpo guarisca dalle ferite,ma una parte della donna sia irrimediabilmente morta insieme al figlio che le hanno strappato dal grembo.

Per questo mai giudicherò nè punterò il dito verso chi,a malincuore,si trovi a compiere questo passo.


IL MIO VOTO:
Anche se fa male come un pugno allo stomaco non si può non leggerlo.
O rileggerlo,come nel mio caso.
* MOLTO BUONO *

LA SCRITTRICE:




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